Cosmologia, Universo e Tempo

L'UNIVERSO E IL TEMPO CHE RESTA
- di Fr. Guy Consolmagno SJ
Astronomo e Curatore delle Meteoriti, Specola Vaticana


[...] Mi si consenta, solo per un istante, di mettere insieme i due concetti di Dio e di infinito. Se vi mette a disagio sentirmi usare la parola Dio, immaginate che io stia semplicemente usando la parola “Infinito”. Ciò che per un non credente è la ricerca dell’infinito, per un credente è invece il tentativo di conoscere Dio. Come possiamo conoscere Dio? Questa domanda è il nucleo di ogni esperienza religiosa, e in definitiva di ogni esperienza umana. E sono convinto che sia anche la domanda che sta dietro alla nostra esperienza scientifica dell’universo; ossia credo che la domanda “come possiamo arrivare a conoscere Dio” sia quella che determina la scelta del tipo di scienza che vogliamo fare e anche l’unità di misura rispetto alla quale stabiliamo il successo del nostro lavoro.

San Paolo, nel primo capitolo della Lettera ai Romani, scriveva che “fin dalla creazione, Dio si è rivelato nelle cose che ha fatto” – cioè nell’universo fisico. Di affermazioni simili se ne possono trovare parecchie in tutta la Bibbia, che è la nostra registrazione dei tempi e modi nei quali Dio si è manifestato: dallo spirito creatore che aleggiava sul caos descritto all’inizio del libro della Genesi, fino al roveto ardente di fronte a Mosè, alla voce sottile udita da Elia come è descritto nel primo libro dei Re. Sono tutte espressioni fisiche, manifestazioni fisiche di Dio, percepite dai nostri sensi. Il modo in cui, attraverso i sensi, percepiamo la creazione è uno dei modi attraverso i quali giungiamo a conoscere Dio. E credo che sia questo il motivo per cui facciamo scienza.

Quando Dio si esprime nella creazione, la nostra esperienza di Dio è mediata dai limiti dei sensi umani. E nonostante questi limiti innati, ugualmente aumenta la nostra conoscenza dell’universo, e di Dio, facendo esperienza di ciò che Dio rivela nell’universo. Che questo sia possibile è solamente una espressione della Potenza di Dio e del dono di capire che egli ci fa. E il fatto che funzioni, che dia dei risultati, ci dice anche qualcosa sulla natura dell’Universo. Ancora dobbiamo ricordare che la scienza è ben più del fare esperienza dell’Universo; la scienza è capire ciò che abbiamo sperimentato. Il modo in cui comprendiamo le cose, le nostre riflessioni su questa esperienza, il modo in cui ne scopriamo il significato, tutto ciò è pure mediato dal modo in cui la nostra mente analizza ciò che percepisce.

Uno degli strumenti che noi usiamo per analizzare la realtà è la ragione. Ma anche nella scienza la ragione non opera da sola. La stessa scienza dipende dagli strumenti della intuizione e dell’immagine. L’intuizione è ciò che ci guida; essa orienta le nostre congetture su dove guardare, e ci suggerisce anche come applicare la nostra ragione per capire ciò che vediamo quando guardiamo in quella direzione. L’immagine è ciò che noi usiamo per trasformare ciò che abbiamo appena capito in qualcosa che possiamo usare per ricordare ciò che abbiamo appena capito, dopo che l’intuizione è sparita, e per comunicarlo agli altri così che se ne possano servire per accrescere la loro conoscenza, così come noi abbiamo costruito la nostra comprensione utilizzando le immagini dell’universo trasmesseci da chi le ha ottenute prima di noi.

Ma nessuna immagine è perfetta. Ogni volta che si tenta di considerare un’immagine come perfetta la si trasforma in un idolo. Se invece riconosciamo un’immagine per quello che è, allora essa ci consente di prendere emotivamente confidenza col modo nel quale conosciamo l’Universo, o Dio, e così inserire le nostre intuizioni nel nostro modo di vivere e di interagire con Dio nell’universo fisico.

Quando c’è un’immagine comune alla base della nostra comprensione dell’universo e del suo funzionamento, quella immagine noi la chiamiamo cosmologia. Non si può pensare all’universo senza riferirsi a qualche forma di cosmologia. La scelta della cosmologia di riferimento ci consente non solo di capire ciò che vediamo, ma ci suggerisce anche nuovi luoghi nei quali guardare e ci fa presente la necessità di ricomprendere quelle cose che abbiamo imparato e che non si adattano bene alla nostra cosmologia. E, come ogni immagine, le nostre cosmologie sono sempre imperfette e incomplete. Se le prendiamo troppo sul serio, possono trasformarsi in idoli che si mettono tra noi e la comprensione della realtà e di Dio.

Come esempio una delle immagini più potenti a nostra disposizione per conoscere Dio è quella di padre. In tempi recenti, quando i cambiamenti nella società, dalle nuove tecnologie alla pressione demografica, hanno mutato le nostre aspettative circa i tradizionali ruoli legati al genere, abbiamo cominciato a notare alcuni limiti di questa immagine. Inoltre, la storia personale di ciascuno, la natura della sua relazione con suo padre, tutto questo può fortemente colorare l’immagine del padre che ciascuno di noi ha e la colora secondo modalità tanto diverse quanto sono diverse le esperienze famigliari che noi abbiamo. (Ciò è particolarmente vero se ci sono stati problemi nella relazione col padre; Tolstoj lo ha espresso molto bene dicendo che “le famiglie felici sono tutte uguali; ma ogni famiglia infelice lo è secondo una sua propria modalità”.) Così si scopre che spesso chi ha avuto una cattiva relazione col padre farà fatica ad entrare in relazione con Dio.

Consideriamo ora il primo attributo che viene dato a Dio padre nel nostro credo: “Creatore del cielo e della Terra”. Quando questa frase fu scritta, così come la parola “padre” aveva una connotazione diversa da quella che ha oggi, allo stesso modo i termini “cielo” e “terra” si rifacevano ad una cosmologia molto differente da quella che utilizziamo noi oggi. (E ovviamente gli sviluppi futuri della nostra comprensione della cosmologia la porteranno verso qualcosa che noi oggi non riusciamo ad immaginare.) Perciò è inevitabile
che così come c’è una “equazione personale” nell’attribuire a Dio caratteristiche che sono legate alla nostra esperienza di nostro padre, allo stesso modo nascerà una sorta di tensione tra la antica cosmologia assunta dagli autori del Credo e ciò che quella immagine significa per noi, a mano a mano che cambia la nostra immagine dell’universo.

Consideriamo i seguenti testi dalle lettere di san Paolo. Nella prima lettera a Timoteo (2, 5-6) leggiamo: “Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l'ha data nei tempi stabiliti”. Nella lettera agli Efesini leggiamo: “la straordinaria grandezza della sua potenza … che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro…. Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle potenze dell'aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli” (1,19-22; 2,1-2). E ancora nella lettera ai Colossesi, leggiamo: “Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (1,15-16).

Si notino i termini che qui vengono utilizzati: Cristo come mediatore, in opposizione al “principe delle potenze dell’aria” o a “Troni, Dominazioni, Principati e Potestà”. Cosa significano queste strane espressioni? Paolo parlava servendosi della cosmologia della sua cultura e dava per scontato che chi lo leggeva aveva familiarità con quelle espressioni, perché esse rispecchiavano la cosmologia di quel tempo, una cosmologia molto diversa dalla nostra.

Molti di noi hanno familiarità con la visione geocentrica dell’universo, con la Terra al centro e il Sole e i pianeti che le girano intorno. Ma anche solo parlandone noi ci riferiamo a quello che significano per noi oggi i termini Terra, Sole, pianeti. Nella nostra mente si formano le immagini della Terra vista dallo spazio, con il cielo azzurro e i continenti e gli oceani cosparsi di nuvole, e immaginiamo che la vecchia cosmologia pensava che la Luna e i suoi crateri, o Saturno e i suoi anelli, girassero attorno a noi come se noi fossimo il centro
dell’universo. In realtà non è precisamente questo quello di cui parla la descrizione classica. La cosmologia è ben di più di come si dispongono i tasselli, essa tratta della natura dei singoli tasselli.

Le cosmologie antiche partivano dall’osservazione che il cielo sembrava formare una cupola posta sopra al disco piatto sul quale vivevano gli uomini. Copiando questa visione, il primo capitolo della Genesi descrive Dio che crea il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque che sono sopra da quelle che sono sotto al firmamento.

Molte culture antiche hanno arricchito questa visione postulando l’esistenza di un certo numero di cieli differenti e ciò in accordo con quanto si osservava ossia che esistevano oggetti che si muovevano tra le stelle. Questi oggetti mobili li chiamarono i sette “pianeti” (comprendevano il Sole e la Luna), i cui nomi diventarono in molte lingue i nomi dei giorni della settimana. E posero ognuno di questi punti luminosi che vagano tra le stelle – la parola greca “pianeta” significa “vagante”- in una sua propria sfera, in un suo specifico cielo.

Alcuni anni fa stavo tenendo una conferenza sulle meteoriti (che è il mio campo di ricerca) ad un gruppo di Nativi Americani nel nord del Wisconsin. Stavo cercando di spiegare cosa è un meteorite descrivendolo come una roccia caduta dal cielo. A quel punto una anziana signora del gruppo mi fermò e mi chiese “quale cielo?”. La cosmologia che lei stava utilizzando era differente dalla mia anche se non del tutto diversa dalla visuale classica. In un certo senso il suo chiedermi “quale cielo” equivale alla domanda che mi avrebbe fatto uno scienziato chiedendo “quale pianeta”. Tuttavia si tratta davvero di un problema differente, perché in esso si assommano idee molto diverse di cosa quei mondi o quei cieli realmente significano. E questi piani diversi si insinuano anche nelle credenze spirituali di queste culture.

La cosmologia antica venne ridefinita in epoca Greca e Romana quando si capì che le Terra era una sfera. (Si può capire che è una sfera notando la forma circolare dell’ombra della Terra sulla Luna durante un’eclisse lunare.) Il filosofo Greco Eudosso, che scrisse circa nel 370 avanti Cristo, propose che le stelle fossero inglobate in una sfera che circonda la Terra e che i pianeti fossero fissi su un sistema complesso di sfere cristalline rotanti accatastate una dentro l’altra tra la Terra e l’orbita delle stelle. Attorno al 150 dopo Cristo, Tolomeo era in grado di riprodurre i moti osservati del Sole, della Luna e dei pianeti con una notevole accuratezza, postulando che essi si muovessero su epicicli di cerchi attorno a dei punti che erano pure in moto lungo circonferenze attorno alla Terra.

Questa cosmologia era estremamente diversa da quella che è presentata nel libro della Genesi. Ma tale differenza non condusse ad una crisi delle proporzioni del caso Galileo. Infatti a quell’epoca i teologi erano ancora in grado di vedere nella cosmologia fisica un riflesso del mondo dello spirito. Ciò portò a definire una sorta di “scala della creazione” nella quale aspetti o livelli diversi dell’universo fisico erano associati ad elementi diversi, a diverse divinità, o a differenti gerarchie di angeli. Quelle diverse gerarchie erano chiamate troni, dominazioni, potestà. E a questo alludeva san Paolo nel brano che abbiamo citato poco fa. Nel dodicesimo secolo gran parte di questa cosmologia Babilonese, Greca e Romana era andata perduta in occidente ma fu conservata dagli studiosi islamici. E ci fu qualche incontro. Giovanni Scoto Eriugena possedeva una copia mal tradotta di Platone, opera che egli citava nel suo trattato di cosmologia del nono secolo “La divisione della Natura”. Alla fine del decimo secolo il giovane studioso francese Gilberto di Aurillac, cresciuto presso il confine con la Spagna (che all’epoca era ancora islamica) viaggiò fino a Barcellona e qui imparò i segreti dell’abaco e della sfera armillare. Introdusse i numeri arabi in occidente e le
sue conoscenze matematiche impaurivano la gente al punto tale che si cominciò a vociferare che fosse un mago. Ciò non gli impedì di essere eletto papa nel 999 col nome di Silvestro II. Nel 1085 Alfonso IV di Castiglia conquistò la citta di Toledo. Con l’università e la sua biblioteca tornate in mani cristiane, questo antico sapere era di nuovo a disposizione dell’occidente. La traduzione in latino dei testi arabi e la loro diffusione attraverso il sistema di università che si andava sviluppando, condusse all’esplosione della conoscenza in quello che noi chiamiamo Alto Medioevo.

E così nel Medioevo si capì che la casa dei santi e il firmamento biblico erano le sfere più esterne dell’universo; sotto a queste si trovavano le sfere di ciascun pianeta, mosse da angeli, e i loro moti eterni circolari e perfetti erano in evidente contrasto con i moti finiti e irregolari degli oggetti sulla Terra. La Terra non era al centro dell’universo ma in fondo alla scala della creazione, solo un gradino più in alto dell’Inferno e (diversamente dal resto dell’universo) soggetta alle proprie leggi di corruzione e di morte.

Questa cosmologia era alla base non solo della fisica e dell’astronomia dell’epoca ma fornì anche l’orizzonte dello sviluppo della grande letteratura e musica di quel periodo. Non è possibile leggere Dante o Chaucer senza conoscere la cosmologia alla quale essi si riferivano, e che essi presumevano che i loro lettori conoscessero. Il professore inglese di letteratura medievale, C. S. Lewis, descrive questa cosmologia nel suo libro The Discarded Image: An Introduction to Medieval and Renaissance Literature (L’immagine buttata: una introduzione alla letteratura medievale e rinascimentale):  “…le sfere sono mosse dall’amore di Dio … ogni sfera, o qualcosa che abita in ogni sfera, è un essere consapevole e intelligente, mosso dall’“amore intellettuale” di Dio … le Intelligenze planetarie, tuttavia, sono una parte molto esigua delle popolazioni angeliche che abitano …. la vasta regione celeste tra la Luna e il Primo Mobile (troni, dominazioni, potestà, ecc. ) … sotto alla Luna si trova il regno degli esseri dell’aria, i demoni.” E questo è solo l’inizio del censimento di tutti i diversi tipi di abitanti dell’universo così come lo pensava la cosmologia medievale, una complessità che trova una pallida eco nei romanzi moderni come Il signore degli anelli, scritto da J.R.R.Tolkien amico di Lewis, oppure nelle Storie di Narnia dello stesso Lewis.

La parola latina che traduceva il greco daemon era genius, e geni diversi erano associati alle varie intelligenze planetarie. Il genio di ciascuna sfera era la sorgente dei doni e delle abilità concesse agli esseri umani; uno poteva fare il dono della musica, un altro quello dell’oratoria.

Si presumeva che la natura e la forza del genio, e quindi del dono, per una data persona dipendesse da quale pianeta aveva l’influenza più forte su quell’individuo. In tal modo l’astrologia riceveva una base solida all’interno della cosmologia dell’epoca. E’ interessante notare come anche quando gli Ebrei condannavano l’uso dell’astrologia per predire il futuro, in quanto così facendo si negava la Potenza di Dio (si veda ad esempio Deuteronomio 4,19; Isaia 47, 10-14; Sapienza 7.13), tuttavia accettavano che questo fosse il modo naturale per dire come funzionava il mondo. Si possono trovare mosaici che rappresentano le costellazioni dello zodiaco anche nelle antiche sinagoghe, e riferimenti ad eventi astrologici nelle storie ebraiche.

Si trattava tutto sommato di un sistema bello e completo. Citando ancora Lewis: “Poche altre costruzioni intellettuali mi sembra siano riuscite a mettere insieme contemporaneamente splendore, sobrietà e coerenza nella medesima percentuale. E’ tuttavia possibile che alcuni lettori mi abbiano pungolato per ricordarmi che il tutto aveva un serio difetto: non era vero”.

Tuttavia oltre a non essere vero presentava anche un altro difetto: distraeva l’attenzione dalla necessità di conoscere Dio. E questo è quanto sottolinea san Paolo nelle sue lettere. Brian Burfield, un gesuita inglese che scrive per Thinking Faith.org, interpreta le lettere di Paolo come una reazione contro la cosmologia della sua cultura. Come dice Burfield, “La gente di Efeso …[ e] della vicina Colossi si era già fatta un’idea del mondo e del suo posto in esso. Secondo questa visuale le divinità erano “lassù” oltre il cielo mentre la gente era “quaggiù” sulla terra. Tra le divinità e gli uomini vi era una serie di esseri che facevano da intermediari. Inoltre se la vita “quaggiù” era felice bisognava ingraziarsi questi intermediari in quanto erano essi ad occuparsi dei varie aspetti della vita terrena degli uomini. Paolo aveva avuto notizia da Colossi di come la gente stava adattando il cristianesimo alla propria cultura. Quando il Vangelo viene annunciato ai Colossesi si dice loro che Gesù è il mediatore di fronte a Dio, però essi avevano già parecchi mediatori di fronte a Dio e la loro vita sembrava funzionare molto bene. Perciò i Colossesi si chiedevano “dove si colloca Gesù nel nostro sistema di pensiero?” In altre parole essi cercavano di prendere il vangelo e di sovrapporlo allo loro preesistente visione del mondo.

C’è un tratto comune in tutti questi modi diversi di mettere insieme i vari pezzi dell’universo. Fin qua è stata fatta una assunzione non detta, ossia che quando si parla di astronomia si parla anche di religione. L’una vi dice come “si vada in cielo”, l’altra come “vadia il cielo” – per citare la famosa sentenza del cardinal Baronio, difensore di Galileo – e tuttavia entrambe si riferiscono ancora allo stesso cielo. E’ questo uno dei motivi per cui, almeno in parte, il sistema copernicano e il modo in cui Galileo lo introdusse nei discorsi popolari era così destabilizzante a quei tempi. Infatti mondo fisico e mondo metafisico erano ancora un’unica realtà non separata.

La separazione avvenne solo nella seconda metà del diciassettesimo secolo ad opera di Newton e delle sue leggi della fisica. E’ ben nota la famosa leggenda secondo cui sarebbe stata la caduta di una mela a far intuire a Newton la esistenza della gravità. Ciò che dimentichiamo è la natura di quella intuizione: ossia che le leggi che descrivono la caduta della mela sono esattamente le stesse leggi che descrivono la “caduta” della Luna mentre orbita attorno alla Terra.

L’idea che le cose del cielo funzionassero esattamente come le cose sulla Terra costituì una grande novità nella comprensione della natura dell’universo. Non sarebbe più stato necessario pensare ad una “sfera translunare” di perfezione oltre la Luna, una sfera che era in evidente contrasto con il peccato e la corruzione che regnavano sulla Terra. Non si potevano più confondere i cieli con il Cielo.

La critica della vecchia cosmologia espressa dai divieti ebraici contro l’astrologia, e l’esortazione di san Paolo a guardare a Cristo più che ai demoni come al mediatore tra Dio e l’uomo, si basavano sul potenziale pericolo costituito da un sistema che poteva mettere in discussione la suprema autorità di Dio. La critica espressa dalla nuova cosmologia di Newton era ancora più radicale: invece di dire che la vecchia cosmologia era potenzialmente maligna, Newton affermava che essa era falsa.

La visuale newtoniana non emergeva però in modo chiaro e perfetto dai Principia di Newton. Newton stesso vedeva dei buchi nella sua comprensione, ad esempio, dei moti planetari che secondo lui potevano richiedere un intervento diretto di Dio. I Deisti usavano questi buchi come il fondamento della loro fede in Dio; Dio era così la forza che metteva in moto l’universo e che spiegava tutto quanto la scienza non riusciva a spiegare. Tuttavia nei successivi due secoli lo svilupo della matematica e della filosofia, nel periodo noto come Illuminismo, riuscì a tappare questi buchi. Nel 1800, quando Napoleone chiedeva al matematico Pierre-Simon Laplace quale ruolo ricoprisse Dio nella sua meccanica celeste, Laplace poteva rispondere con tutta sincerità che “non gli serviva l’ipotesi Dio”. Quello che era partito come Deismo era finite per essere ateismo.

Tuttavia, la tentazione umana di connettere la cosmologia con la metafisica non scomparve durante l’Illuminismo. Caso mai era ancora più indisiosa in quanto meglio nascosta.

La base operativa della cosmologia illuminista era il meccanismo delle leggi di Newton. Data la conoscenza completa dello stato dell’universo, sapendo dove si trova ogni particella e come si muove in ogni istante, e data una perfetta conoscenza di tutte le forze che agiscono su ogni particella, allora le leggi di Newton affermano che in linea di principio è possibile calcolare con precisione sia tutti gli stati precedenti di ogni particella dell’universo come ogni stato futuro. Ovviamente nessun uomo sarebbe stato capace di fare questi calcoli ma forse la natura stessa li stava facendo per l’uomo.

Questo immenso sistema deterministico sembrava incrollabile. E l’unico compito rimasto per Dio era quello di fissare le condizioni iniziali, così da essere (in senso aristotelico) il “Motore Primo”, il Grande Orologiaio che forse aveva costruito l’orologio, lo aveva caricato e lo aveva fatto partire nel suo moto inesorabile.

Ora sappiamo, alla luce della fisica moderna, che un sistema siffatto non funziona. Ad esempio, parlare di “conoscenza esatta” della posizione e del momento di una particella non ha alcun senso alla luce del Principio di Indeterminazione di Heisenberg. Ma c’era anche un problema più sottile con la cosmologia del diciottesimo secolo. Essa affermava che ogni esperienza non spiegabile doveva avere una spiegazione “razionale”, dove per razionale si intendeva la comune esperienza di chi dava la spiegazione.

Ad illustrazione di questa deficienza, G. K. Chesterton, scrittore inglese degli inizi del ventesimo secolo, pose una domanda provocatoria nel suo libro Ortodossia: perché non crediamo ai fantasmi? In fin dei conti ciò che l’illuminismo suggeriva era di accettare l’evidenza dei sensi di una persona invece di credere in modo cieco in un dogma posto dall’esterno. E allora se le cose dovevano stare così, come ci si doveva porre di fronte alla testimonianza a favore dell’esistenza dei fantasmi data da un contadino ignorante, che però insisteva di avere realmente visto un fantasma? Chesterton scrive “Tu rifiuti il racconto del contadino sul fantasma o perchè la storia è narrata da un contadino oppure perché si tratta di una storia di fantasmi. Il che significa che o tu stai negando il principio della democrazia, oppure che stai affermando il principio del materialismo (in questo caso la impossibilità che esistano fantasmi) … E’ nel tuo diritto fare ciò; ma in tal caso sei tu il dogmatico.” In altre parole, essere così certi che non possono esistere i fantasmi ci si obbliga a rifiutare a priori ogni evidenza del contrario. Ma questo è un ragionare “illuminato”?

Certamente gran parte della gente (compreso il sottoscritto) è estremamente scettica circa le storie sui fantasmi. D’altronde è ridicolo che molti dei contemporanei atei di Chesterton, come Arthur Conan Doyle – creatore dell’ultra razionale Sherlock Holmes nonché un ex cattolico arrabbiato - sono stati colti in fallo mentre affermavano di essere in contatto con vari “spiriti”. Allo stesso modo trovo che oggi i più accaniti sostenitori dell’esistenza degli UFO sono spesso quelli che religiosamente sono scettici. Ma questo atteggiamento illuminista di rifiutare dogmaticamente ogni evidenza che si ponga in aperto contrasto con la propria visione cosmologica ha dato luogo anche al rifiuto della realtà di altri fenomeni naturali che, oggi, dobbiamo ammettere che sono veri.

Il mio campo di ricerca sulle meteoriti ne è un classico esempio. Chi di noi ha di fatto visto cadere una roccia dal cielo e poi ha potuto andar a raccoglierla la dove è caduta? Quasi nessuno … quasi! E tuttavia, anche se raramente, ma può accadere. Una di queste cadute avvenne nel 1803 presso L’Aigle, in Francia, un centinaio di chilometri ad ovest di Parigi e molte centinaia di chilometri da qualsiasi montagna o formazione rocciosa. Quando lo scienziato francese GianBattista Biot raccolse campioni di queste meteoriti dai contadini del luogo e ne parlò a degli scienziati tornando a Parigi, molti dei suoi colleghi furono estremamente scettici. Il filosofo e presidente americano Thomas Jefferson scrisse quanto segue, circa queste meteoriti, al suo amico, il topografo Andrew Ellicott: “l’esuberante immaginazione di un francese se ne va assieme con la sua capacità di giudizio … fino al punto di inventare fatti che non sono mai accaduti …” Ma oggi nella nostra collezione di
meteoriti abbiamo molti pezzi della precipitazione avvenuta all’Aigle, e ripetuti test di laboratorio ci convincono che questa roccia non si è formata sulla Terra, anzi che è stata esposta per milioni di anni ai raggi cosmici nello spazio.

Ma Jefferson su una cosa aveva ragione. La nostra esperienza del mondo fisico è mediata dai nostri sensi, e i nostri sensi possono ingannarsi. E la nostra comprensione di quanto vediamo è mediata da ciò che ci aspettiamo di vedere, vale a dire dalla nostra cosmologia.

Non c’è niente di sbagliato in tutto ciò. E’ il modo necessario con cui ci rapportiamo all’universo. Infatti non possiamo spendere tutto il nostro tempo e tutte le nostre energie per verificare ogni indicazione che ci arriva dai nostri sensi.

Come esperto di meteoriti spesso mi vengono recapitati pezzi di rocce da persone che pensano si tratti di meteoriti. E quasi sempre non lo sono; e per scherzare usiamo un gioco di parole per indicare queste rocce: (si dice in inglese non “meteorite” ma “meteor-wrong”). Ma in un caso è accaduto che il campione che qualcuno mi aveva portato fosse un vero meteorite; fui in grado di identificarlo sia chimicamente che fisicamente come un pezzo di roccia extraterrestre. Allo stesso modo faccio un test su ogni pezzo di roccia che mi viene consegnato pur sapendo che le possibilità che si tratti di un nuovo meteorite sono assai scarse.

D’altronde sento anche molte storie sugli UFO. Non credo ad esse e non occupo il mio tempo ad esaminarle. La vita è troppo breve per spendere il proprio tempo ad esaminare resoconti improbabili e non verificabili. Non esistono, ahimè, manufatti di provenienza UFO che siano testabili in laboratorio, per cui non ho motivo per credere che esistono gli UFO.

Questo scetticismo non riguarda solo me, infatti gran parte degli astronomi la pensa come me. Mi conferma in questo pregiudizio il fatto di sapere che molti astrofili, che spendono gran parte del loro tempo libero attaccati a telescopi e sono molto ben preparati nell’osservazione del cielo nelle migliori condizioni, sono tra i più scettici nei confronti degli UFO.

Tutto questo significa che in qualche momento del futuro vedremo una vera astronave extraterrestre e noi ce la perderemo? Devo ammettere che questo è possibile. Colui che dovesse trovare l’evidenza di un visitatore alieno sarà qualcuno che ha affrontato con la passione necessaria il problema e con una fede irrazionale che “la verità è là fuori” e attende di essere scoperta.

Sfortunatamente questo credo irrazionale è anche il marchio dei fanatici. E’ un tratto di insanità mentale. E talora capita che un fanatico trovi i dati per convincerci che si tratta della verità. Tuttavia la grande maggioranza di essi finisce per sprecare la propria vita attorno a false certezze che li rende ciechi rispetto alla verità che li circonda.

E’ il prezzo da pagare alla nostra cosmologia. La capacità di vedere e comprendere molte cose talora ci rende ciechi rispetto ad altre verità.

Ma questo significa che anche oggi la separazione tra quanto studiamo nel mondo fisico e ciò in cui crediamo quando iniziamo a studiare un fenomeno è molto più piccola di quanto siamo disposti ad ammettere. La fisica e la metafisica possono essere separate, però la metafisica controlla il modo in cui noi comprendiamo la fisica.

Le nostre assunzioni circa l’universo determinano a che livello siamo disposti ad accettare le evidenze che ci derivano dalla scienza. Forse l’esempio contemporaneo più ironico di questa verità può essere visto nella storia dell’idea che l’universo si stia espandendo da un punto iniziale nel tempo.

L’intuizione di Newton che la mela che cade e che il moto orbitale della Luna obbediscano alle stessi leggi della fisica può essere estrapolata in quello che oggi chiamiamo Principio Cosmologico: non esiste un luogo privilegiato nell’universo. Le leggi della scienza sono le stesse ovunque e in ogni tempo. Questa intuizione è stata estesa fino a voler significare che l’universo non ha limiti nè nello spazio nè nel tempo. Per questo quando il matematico belga, Georges Lemaître, suggerì, alla fine degli anni ’20, che l’universo descritto dalla teoria della relatività generale di Einstein poteva in realtà essere in espansione, questa sua idea fu trattata con grande disprezzo in molti ambienti. Un universo nel quale lo spazio tra gli ammassi di galassie stava realmente aumentando comportava che ci doveva essere stato un tempo nel quale lo spazio era molto più piccolo e la densità totale di energia nell’universo molto più grande. Effettivamente, Lemaître affermava che sarebbe stato possibile calcolare il tempo specifico al quale lo spazio si annullava e la densità di energia diventava infinita, un punto che poteva essere per certi versi identificato con “l’inizio” dell’universo.

Rivolgendosi alla maggioranza dei cosmologi dell’epoca, l’astronomo inglese Fred Hoyle riconosceva che se esisteva un tempo così speciale nell’universo ciò costituiva una esplicita violazione del Principio Cosmologico. Anche quando Edwin Hubble scoprì che gli ammassi di galassie lontani di stavano realmente e visibilmente allontanando da noi, in un modo che risultava in pieno accordo con quanto prevedeva Lemaître, Hoyle rispose inventando un modello alternativo per l’universo, modello che prevedeva la continua creazione dello spazio. E commentando in modo sarcastico l’idea di Lemaître parlava di teoria del “Big Bang”.

Ora sappiamo il risultato. Vi è una schiacciante evidenza astronomica negli ultimi cinquant’anni a favore delle previsioni del Big Bang, e la stessa evidenza ha portato a scartare il modello alternativo proposto da Hoyle. Ora noi ammettiamo che c’è stato un tempo (se non proprio uno spazio) che fu unico per la storia del cosmo.

Come mai Hoyle non si sentiva a proprio agio in un universo che aveva avuto un punto iniziale? E come mai Lemaître non avvertiva lo stesso disagio? Forse Hoyle, che non era credente, sospettava di una teoria che si poteva pensare fosse consistente con la versione genesiaca della creazione nel tempo … specialmente sapendo che Lemaître, oltre ad essere uno studioso con due lauree (una in matematica e una in astrofisica) era pure cattolico e anche prete cattolico!

Forse la fede di Lemaître lo faceva sentire bene considerando la possibilità di un universo che avesse un inizio puntuale, ma si deve pure notare che fu lui stesso a rifiutare qualsiasi significato teologico della sua teoria. Lemaître aveva capito che tutte le cosmologie, compresa la sua, sono approssimazioni umane di un universo che è molto più grande e molto più ricco di quanto una qualsiasi teoria possa mai comprendere. In quanto tali sono basi vacillanti sulle quali poggia la fede di qualcuno. (Vale pure la pena di notare che, nonostante scientificamente e religiosamente fossero in disaccordo, Hoyle e Lemaître erano buoni amici.)

Questo messaggio è proprio come quello che troviamo nei brani di san Paolo citati precedentemente. San Paolo stava dicendo che i suoi discepoli non dovevano costringere la loro religione dentro i confini della cosmologia contemporanea. Ovviamente questa era una richiesta che sarebbe stata disattesa. Infatti non possiamo pensare e riflettere sull’universo se non entro l’orizzonte culturale che costituisce il nostro personale modo di pensare come funziona il mondo. La nostra comprensione della nostra vita e del nostro posto in essa si fonda su ciò che noi pensiamo sia la vita stessa, in alter parole dipende tutto dalla nostra personale cosmologia.

Dio ci invita ad entrare in maggiore confidenza con lui attraverso anche lo studio delle cose che Lui ha creato, utilizzando i doni che lui ci ha fatto, i nostri sensi e la nostra ragione. In ciò consiste la nostra ricerca dell’infinito. Ma gli strumenti che abbiamo a disposizione per questa ricerca sono … la nostra cosmologia, i nostri sensi, e la nostra ragione… sono essi pure finiti. Se la nostra cosmologia finita è un tentativo di arrivare a conoscere il Creatore infinito, allora non dovremmo meravigliarci che essa sarà per sempre incompleta; non dovremmo aspettarci di poter dire su tutto ciò la parola finale.

Tutto ciò è al contempo umiliante e rassicurante. Significa che non potremo mai dire di non aver più cose da scoprire, esperienze da fare, comprensione da raggiungere. Raggiungeremo uno stato di esistenza con Dio in una vita futura – così io spero, prego e credo che accadrà – e allora non avremo alcuna paura di staccarci dalle cose per cominciare a contemplare! Mi aspetto di poter conoscere l’infinito del quale la mia attuale scienza è solo una pallida ombra. Un semplice assaggio delle cose future.

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