QUARTETTO INTROSPETTIVO - 3. Memoria e Poesia

3. Memoria e poesia

Memoria è la capacità che hanno gli organismi viventi di conservare tracce del loro passato vissuto. Tramite i meccanismi della memoria spezzoni e tralci dell’esperienza passata, fissati nell’hardware biologico, si svegliano volta a volta oppure rimangono nell’oblio per lungo o per sempre. La memoria si esplicita in varie forme come la rievocazione o il riconoscimento e si estende dal breve tempo al lungo tempo attraverso diversi stadi come la ritenzione, il consolidamento e il recupero (se la traccia mnestica non ha subito il processo dell’oblio parziale o totale).

La reminiscenza è rievocazione o emersione di ricordi ma senza l’avvertire della loro precisa esistenza nel passato, risultando così come idea o pensiero nuovi.


L’inconscio collettivo, secondo Jung,

è una parte della psiche che si può distinguere in negativo dall’inconscio personale per il fatto che non deve, come questo, la sua esistenza all’esperienza personale. Mentre l’inconscio personale è formato essenzialmente da contenuti che sono stati un tempo consci, ma sono poi scomparsi dalla coscienza perché dimenticati o rimossi, i contenuti dell'inconscio collettivo non sono mai stati nella coscienza e perciò non sono mai stati acquisiti individualmente, ma devono la loro esistenza all’ereditarietà.
(C. G. Jung, Il concetto di inconscio collettivo, 1936).


Nella poesia che riportiamo in seguito, il grande poeta rumeno Tudor Arghezi (1880-1967) mette insieme, come in un quadro di parole cromatiche e risuonanti, i ricordi, le memorie, le dimenticanze riscoperte e rievocate, le reminiscenze e soprattutto le tracce inconsce del proprio collettivo rumeno e più oltre, del collettivo cristiano o addirittura umano.


Reminiscenze
di Tudor Argezi

Vengono, eccoli, sempre da soli
Verso di me tutti i frantumi,
briciole slabbrate ed intere
di cose che stenti a capire.
Sono come li ho dimenticati
Da quando si sono addormentati:
un vecchio cimitero di bambole.
Ora cominciano a muoversi,
a prendere corpo dall’ombra
e da un brusio come d’alveare,
e si ricompongono a poco a poco.
Zoccoli con aureola d’angelo,
frammenti di icone che serbano, a rimorso,
di benedizione una traccia di maledizione,
una lacrima fissata in pittura,
una mano ferita, uno sguardo,
a campane, pare, lontane,
e qualche pagina di libro.
Un coccio risuscita un’anfora rotta.
Stormisce anche l’edera morta
E a una, destandosi, le voci spente
Mormorano pare e pare che ridano.
Mi vedo ora convitato alla Cena,
ora centurione nella persecuzione.
Provo di nuovo la camicia d’allora,
stretta, con una ferita d’allora,
e dimenticata
nel cuore del tempo, silenziosa.
E se porto la mano allo squarcio
Di non so quale lotta,
mi scivola molle sul sangue.
Là si raccoglie
Tutto ciò che da sé si aduna,
frammenti di Scrittura e schegge di luna.
Non posso ingannarmi.
Il gelo mi brucia; un blocco d’argento,
e nella nebbia le dita
diventano sopra le unghie carbone di ghiaccio.


[Traduzione di Marco Cugno]
-Da Cuvinte potrivite. Poesie 1927-1967


Il gelo mi brucia...

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