~ Poesie di Eugenio Montale

La morte odora di resurrezione

gattomont: Montale con gatto - ritratto dadaista

VITA

Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre del 1896; iscrittosi alla facoltà di lettere ha interrotto gli studi perché chiamato alle armi: come ufficiale di fanteria partecipa alla Prima Guerra Mondiale. Vicino, nel dopoguerra, all'antifascismo "liberale" di Gobetti, pubblica nelle edizioni de La Rivoluzione Liberale, nel 1925, la sua prima raccolta di versi: Ossi di Seppia. Per una decina d'anni dirige il Gabinetto Vieusseux a Firenze, ma nel 1939, per il rifiuto di iscriversi al partito fascista, ne viene allontanato. Collabora intanto alle riviste Solaria, Pegaso, Letteratura; pubblica nel 1939 Le Occasioni. Nel 1948 entra al Corriere della Sera e si trasferisce a Milano. Pubblica nel 1956 La Bufera, nel 1971 Satura, nel 1973 Diario del '71 e del '72, nel 1977 Quaderno di Quattro Anni. Oltre che all'attività poetica si è dedicato a quella di traduttore dall'inglese (soprattutto Eliot e Shakespeare), di saggista (Sulla Poesia, 1976), di critico musicale. Nel 1975 gli è stato assegnato il premio Nobel. Muore a Milano il 12 settembre 1981.

L'ERMETISMO DI MONTALE

Montale appartiene alla corrente poetica che Francesco Flora definì "Ermetica". Egli ha dietro di sé una presenza molto forte di Carducci, D'Annunzio, Pascoli, con i quali si rapporta dialetticamente prendendo le distanze dai toni troppo sostenuti ed eloquenti. Già i Crepuscolari avevano cercato di rompere con la tradizione attraverso il recupero delle parole umili e quotidiane, ma l'Ermetismo non condivide con essi l'abbandono della musicalità della poesia, che viene anzi valorizzata. D'altronde, Montale prende le distanze anche da Ungaretti, mirando ad un rinnovamento della tradizione dall'interno: segue l'esempio delle tecniche pascoliane più avanzate e rimane lontano dall'atteggiamento "distruttivo" di Ungaretti, che sabota ogni elemento metrico. Montale, invece, fa ampio uso di rime nascoste, false rime, quasi rime, ecc.

LESSICO E PAESAGGIO

Ossi di Seppia, la prima raccolta, ha alcune caratteristiche molto interessanti. Prima di tutto, il linguaggio poetico si distingue per un lessico che mira ad una naturalistica precisione, non ripudia qualche presenza dialettale o gergale o tecnicistica e non ha ambizioni di tono alto. Questa scelta gli deriva in parte da Dante, il poeta dell'oggettività.

Anche il paesaggio ha una fisionomia che va sottolineata: è la Liguria, ma priva di ogni turistica seduzione, anzi colta nella sua asprezza e squallore. Naturalmente, questi due elementi sono sfruttati dall'autore per estrinsecare un mondo interiore i cui elementi essenziali sono una cupa angoscia esistenziale, un fermo, stoico rifiuto di ogni facile consolazione, la consapevolezza del male di vivere, la coscienza dello scacco umano di fronte ad una realtà incomprensibile. La poesia non può più indicare la strada per uscire da questa situazione, può solo limitarsi a trascrivere questa condizione di cosmico male di vivere. Anche la lirica affettiva sembra preclusa a questa prima raccolta, e Gianfranco Contini osserva che gli Ossi di Seppia, "più che svolgere un sentimento di non-esistenza, perpetuano un non-sentimento; e questa mancanza di sentimento vive fuori d'una dialettica, produce scarse proteste, pallide ribellioni (se non in termini pratici); più che farsi sentire essa stessa, incoraggia l'inerzia. La realtà rimane assolutamente esterna agli interessi del poeta, e ogni sforzo linguistico volto a riconoscerne volontariamente l'esistenza conferma quella trascendenza in modo irrimediabile".

EMBLEMA E CORRELATIVO OGGETTIVO

Montale cerca di trovare, pur nel dato oggettivamente descritto, una soluzione simbolica, di oggettivare un modo di sentire in un paesaggio, in un elemento della realtà, evitando così la facile effusione sentimentale, l'abbandono ad un'oratoria che spiega e propaganda una posizione etico-intellettuale. La sua tecnica è quindi profondamente diversa da quella del caposcuola dell'ermetismo: Ungaretti si affida tutto alla catena dei rapporti analogici, Montale, invece, ricerca energicamente la possibilità di una soluzione simbolica. Il simbolo non è una semplice allegoria, perché esso è la cosa stessa che acquista un significato diverso da quello immediatamente percepibile.

Tecnica, questa, che si può ritenere molto vicina a quella del poeta inglese Thomas Stearns Eliot (ben noto a Montale) che così l'ha codificata: "L'unico mezzo di esprimere un'emozione in forma d'arte è di trovare un correlativo oggettivo; in altre parole una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che diverranno la formula di quella particolare emozione; cosicché una volta dati i fatti esterni che devono concludersi in un'esperienza sensibile, l'emozione viene immediatamente evocata".

UNA NEGATIVITA' DIALETTICA

Per tornare agli Ossi di Seppia, se è vero che la dimensione che domina la raccolta è quella della negatività, dell'inutilità (e il titolo stesso richiama a cose morte, inaridite), della constatazione dell'impotenza dell'uomo, della sua angoscia esistenziale, bisogna aggiungere che si tratta di una negatività dialettica: che, cioè, non esclude l'esistenza della positività verso la quale, in un susseguirsi di conati votati però alla sconfitta, il poeta tende. Questo è visibile tutte le volte che il poeta parla dell'ansioso tentativo di trovare un varco, una via di salvezza. Motivo, questo, che in certo qual modo si fonde con quello del mare. Nel gruppo di liriche Mediterraneo - collocate al centro della raccolta - il mare è cantato come lezione di vita vera ed autentica, come "termine positivo", che il poeta ha ansia di raggiungere ed insieme consapevolezza di non riuscirci perché lucidamente sa di essere "della razza / di chi rimane a terra". Certo, la negatività e la lucida accettazione di un destino di non redimibile angoscia dominano nel complesso gli Ossi di Seppia, ma questi motivi si caricano di significato e di fascino poetico proprio perché sono il punto di arrivo di una lotta, l'accettazione di una sconfitta che presuppone una battaglia mai sopita del tutto.

I SUCCESSIVI APPROFONDIMENTI

Con la seconda raccolta - Le Occasioni - Montale amplia ed approfondisce la sua tematica. La amplia, in quanto dal mondo delle cose il poeta passa a quello della memoria; l'approfondisce, in quanto la sua lucida e ferma constatazione del male di vivere trova ulteriori motivi ed esemplificazioni. E così "l'aspra petraia degli Ossi di Seppia presa a simbolo di tutta la natura che ci opprime nel suo continuo disfacimento, cede il posto al vasto paesaggio, anch'esso ribollente e malfido, della vita interiore. In qualunque modo si muova il poeta si vede determinato da mille cose passate e presenti, legate al passato; ma soprattutto dagli incontri che egli ha sollecitato o subito: le occasioni della vita. Luoghi, persone, oggetti; un mondo, in sostanza, altrettanto tumultuoso e dissonante di quello un tempo osservato dalle scogliere della sua Liguria" (G. Spagnoletti). La memoria, il passato non offrono ancore di salvezza come non le offriva il presente: volti, ricordi, occasioni sono recisi dalla forbice del tempo e del vivere e si dissolvono irreparabilmente. Il futuro, poi, è solamente una diversa combinazione del passato: non esistono speranze per il domani. Già Proust aveva affermato che quello che ci turba non è il futuro, ma il nostro passato.

L'introduzione di questo passato personale nei confronti della poesia provoca ne Le Occasioni una novità da sottolineare: Montale, per la sua consapevolezza autocritica, per la sua formazione etica, non può cedere ad abbandoni sentimentali o puramente diaristici ed ecco allora che questo impegno di evitare il facile abbandono lo porta a celarsi "nel chiuso cerchio di un'esperienza tutta individuale [...] quasi volutamente, aristocraticamente tenuta ermetica" (G. Manacorda). Da ciò le difficoltà di lettura che derivano da questa tendenza a ridurre la materia sentimentale ad una semplice larva, a niente più che un pretesto per tendere a metafisiche significazioni. Questa tendenza ad attingere una dimensione simbolica, questa ansia metafisica è d'altra parte una costante della poesia di Montale che, presente sin dai primi versi, si accentua via via sino alla sua ultima raccolta, La Bufera.

PROBLEMI DE LA BUFERA

Ne La Bufera si sarebbe tentati di cogliere qualche novità, ma poi sembra più corretto concludere che nella produzione di questo poeta c'è posto più per approfondimenti che per vere e proprie svolte.

In questa raccolta anzitutto si insinua una combattuta, problematica tensione verso il trascendente che finisce per riconfermare, però, la sua ferma accettazione di un destino non riscattabile da alcuna fede. Affiora, inoltre, un legame tra la sconsolata visone del vivere del poeta ed un preciso tempo storico, "l'ora della tortura e dei lamenti / che si abbatté sul mondo", ma si tratta solo di rare occasioni, di sporadici accenni che non autorizzano a sostenere che la motivazione dell'atroce condizione dell'uomo sia passata in Montale dalla dimensione metafisica a quella storica. Le tensioni ideali e civili dell'ultima storia italiana non hanno trovato molta eco in lui. In Piccolo testamento, che non a caso è alla fine de La Bufera, egli riafferma ancora la sua teologia negativa, il suo rifiuto delle facili certezze e del "lume di chiesa e di officina".

L'ULTIMA PRODUZIONE

Schizzo di MontaleNelle raccolte pubblicate negli anni Settanta è possibile registrare alcune novità: il prevalere di una componente epigrammatica e "comica" (con l'eccezione della sezione Xenia in Satura), l'allentarsi della tensione stilistica e quindi l'abbandono a moduli discorsivi e "facili", una sorta di mescolanza degli stili, particolarmente evidente in Satura (il cui titolo sembra ammetterlo). Tuttavia, alla base di questi più pacati atteggiamenti stilistici c'è - paradossalmente - un radicalizzarsi della dissonanza col proprio tempo, una definitiva constatazione dell'inautenticità alla quale l'uomo d'oggi è condannato. Egli lucidamente constata il tramonto definitivo dell'individualismo borghese.







Spesso il male di vivere ho incontrato

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi; fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.


Forse un mattino andando in un'aria di vetro

Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.


Arsenio

I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l'ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.

E' il segno d'un'altra orbita: tu seguilo.
Discendi all'orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d'essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi
il viluppo dell'alghe: quell'istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d'una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d'immobilità...

Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch'è prossima: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s'arrosa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso

Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva, -
e fuori, dove un'ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l'acetilene -
finché goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che t'abbevera,
tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un fruscio immenso rade
la terra, giù s'afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.

Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell'onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell'ora che si scioglie, il cenno d'una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.


Da LE OCCASIONI

Verso Vienna

Il convento barocco
di schiuma e di biscotto
adombrava uno scorcio d'acque lente
e tavole imbandite, qua e là sparse
di foglie e zenzero.

Emerse un nuotatore, sgrondò sotto
una nube di moscerini,
chiese del nostro viaggio,
parlò a lungo del suo d'oltre confine.

Additò il ponte in faccia che si passa
(informò) con un solo di pedaggio.
Salutò con la mano, sprofondò,
fu la corrente stessa...
Ed al suo posto,
battistrada balzò da una rimessa
un bassotto festoso che latrava,

fraterna unica voce dentro l'afa.


A Liuba che parte

Non il grillo ma il gatto
del focolare
or ti consiglia, splendido
lare della dispersa tua famiglia.
La casa che tu rechi
con te ravvolta, gabbia o cappelliera?
sovrasta i ciechi tempi come il flutto
arca leggera - e basta al tuo riscatto.


Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala... Duro il colpo svetta.
E l'acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.


NUOVE STANZE

Poi che gli ultimi fili di tabacco
al tuo gesto si spengono nel piatto
di cristallo, al soffitto lenta sale
la spirale del fumo
che gli alfieri e i cavalli degli scacchi
guardano stupefatti; e nuovi anelli
la seguono, più mobili di quelli
delle tua dita.

La morgana che in cielo liberava
torri e ponti è sparita
al primo soffio; s'apre la finestra
non vista e il fumo s'agita. Là in fondo,
altro stormo si muove: una tregenda
d'uomini che non sa questo tuo incenso,
nella scacchiera di cui puoi tu sola
comporre il senso.

Il mio dubbio d'un tempo era se forse
tu stessa ignori il giuoco che si svolge
sul quadrato e ora è nembo alle tue porte:
follìa di morte non si placa a poco
prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo
ma domanda altri fuochi, oltre le fitte
cortine che per te fomenta il dio
del caso, quando assiste.

Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco
tocco la Martinella ed impaura
le sagome d'avorio in una luce
spettrale di nevaio. Ma resiste
e vince il premio della solitaria
veglia chi può con te allo specchio ustorio
che accieca le pedine opporre i tuoi
occhi d'acciaio.


Da LA BUFERA E ALTRO

La Bufera

La bufera che sgronda sulle foglie
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,

(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell'oro
che s'è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)

il lampo che candisce
alberi e muro e li sorprende in quella
eternità d'istante - marmo manna
e distruzione - ch'entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l'amore a me, strana sorella, -
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa...
Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,

mi salutasti - per entrar nel buio.


L'Arca

La tempesta di primavera ha sconvolto
l'ombrello del salice,
al turbine d'aprile
s'è impigliato nell'orto il vello d'oro
che nasconde i miei morti,
i miei cani fidati, le mie vecchie
serve - quanti da allora
(quando il salce era biondo e io ne stroncavo
le anella con la fionda) son calati,
vivi, nel trabocchetto. La tempesta
certo li riunirà sotto quel tetto
di prima, ma lontano, più lontano
di questa terra folgorata dove
bollono calce e sangue nell'impronta
del piede umano. Fuma il ramaiolo
in cucina, un suo tondo di riflessi
accentra i volti ossuti, i musi aguzzi
e li protegge in fondo la magnolia
se un soffio ve la getta. La tempesta
primaverile scuote d'un latrato
di fedeltà la mia arca, o perduti.


Sulla colonna più alta
Moschea di Damasco


Dovrà posarsi lassù
il Cristo giustiziere
per dire la sua parola.
Tra il pietrisco dei sette greti, insieme
s'umilieranno corvi e capinere,
ortiche e girasoli.

Ma in quel crepuscolo eri tu sul vertice:
scura, l'ali ingrommate, stronche dai
geli dell'Antilibano; e ancora
il tuo lampo mutava in vischio i neri
diademi degli sterpi, la Colonna
sillabava la Legge per te sola.


L'Anguilla

L'anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuari, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
di ramo in ramo e poi
di capello in capello, assottigliati,
sempre più addentro, sempre più nel cuore
del macigno, filtrando
tra gorielli di melma finché un giorno
una luce scoccata dai castagni
ne accende il guizzo in pozze d'acquamorta,
nei fossi che declinano
dai balzi d'Appennino alla Romagna;
l'anguilla, torcia, frusta,
freccia d'Amore in terra
che solo i nostri botri o i disseccati
ruscelli pirenaici riconducono
a paradisi di fecondazione;
l'anima verde che cerca
vita là dove solo
morde l'arsura e la desolazione,
la scintilla che dice
tutto comincia quando tutto pare
incarbonirsi, bronco seppellito;
l'iride breve, gemella
di quella che incastonano i tuoi cigli
e fai brillare intatta in mezzo ai figli
dell'uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
non crederla sorella?


Da SATURA

Xenia I

Avevamo studiato per l'aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.

Non ho mai capito se io fossi
il tuo cane fedele e incimurrito
o tu lo fossi per me.
Per gli altri no, eri un insetto miope
smarrito nel blabla
dell'alta società. Erano ingenui
quei furbi e non sapevano
di essere loro il tuo zimbello:
di esser visti anche al buio e smascherati
da un tuo senso infallibile, dal tuo
radar di pipistrello.


La Storia

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l'ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a paco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell'orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C'è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma
d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.


La belle dame sans merci

Certo i gabbiani cantonali hanno atteso invano
le briciole di pale che io gettavo
sul tuo balcone perché tu sentissi
anche chiusa nel sonno le loro strida.

Oggi manchiamo all'appuntamento tutti e due
e il nostro breakfast gela tra cataste
per me di libri inutili e per te di reliquie
che non so: calendari, astucci, fiale e creme.

Stupefacente il tuo volto s'ostina ancora, stagliato
sui fondali di calce del mattino;
ma una vita senz'ali non lo raggiunge e il suo fuoco
soffocato è il bagliore dell'accendino


Morgana

Non so immaginare come la tua giovinezza
si sia prolungata
di tanto tempo (e quale!).
Mi avevano accusato
di abbandonare il branco
quasi ch'io mi sentissi
illustre, ex gregis o che diavolo altro.
Invece avevo detto soltanto revenons
à nos moutons (non pecore però)
ma la torma pensò
che la sventura di appartenere a un multiplo
fosse indizio di un'anima distorta
e di un cuore senza pietà.
Ahimè figlia adorata, vera mia
Regina della Notte, mia Cordelia,
mia Brunilde, mia rondine alle prime luci,
mia baby-sitter se il cervello vàgoli,
mia spada e scudo,
ahimè come si perdono le piste
tracciate al nostro passo
dai Mani che ci vegliarono, i più efferati
che mai fossero a guardia di due umani.
Hanno detto hanno scritto che ci mancò la fede.
Forse ne abbiamo avuto un surrogato.
La fede è un'altra. Così fu detto ma
non è detto che il detto sia sicuro.
Forse sarebbe bastata quella della Catastrofe,
ma non per te che uscivi per ritornarvi
dal grembo degli Dei.


* * * * * * * *


Brevemente commentate:

L'ESTATE
(Le Occasioni, Parte quarta)


L'ombra crociata del gheppio pare ignota
ai giovinetti arbusti quando rade fugace.
E la nube che vede? Ha tante facce
la polla schiusa.

Forse nel guizzo argenteo della trota
controcorrente
torni anche tu al mio piede fanciulla morta
Aretusa.

Ecco l'òmero acceso, la pepita
travolta al sole,
la cavolaia folle, il filo teso
del ragno su la spuma che ribolle -

e qualcosa che va e tropp'altro che
non passerà la cruna...

Occorrono troppe vite per farne una.

Pubblicata la prima volta ne "La Gazzetta del Popolo", Torino, 16 luglio 1935, p. 3
Nella prima quartina, che descrive un paesaggio allusivamente alpestre, vengono indicati dei piani paralleli che simboleggiano l'ignoranza reciproca e l'incomunicabilità: il gheppio (un piccolo falco), che forma a terra un'ombra a forma di croce simbolo forse di morte, sfiora gli arbusti senza toccarli. Anche la nube, fluttuando in cielo, si specchia in una sorgente, simbolo di purezza, ma non la tocca. D'altronde, la polla ha tante facce e risulta quindi illeggibile: anche le cose più semplici si rivelano oscure al poeta.
Il guizzo controcorrente della trota rivela che il "congegno" può incepparsi. A questo proposito si può confrontare Tempo e tempi, tratta da Satura:



TEMPO E TEMPI
(Satura)


Non c'è un unico tempo: ci sono molti nastri
che paralleli slittano
spesso in senso contrario e raramente
s'intersecano. È quando si palesa
la sola verità che, disvelata,
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell'unico tempo. Ma in quell'attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

Questi tempi-nastro che slittano spesso in senso contrario e solo di rado s'intersecano sono un'evidente metafora delle esistenze umane chiuse negli alvei incomunicabili del tempo. L'incontro-intersecazione è una sorta di varco nell'ordito compatto del mondo fenomenico. Il "miracolo" si manifesta nell'occasionale incontro tra i due tempi-esistenze, che palesa verità che noi non avremmo mai immaginato. Tutto, comunque è destinato a tornare nella banalità di sempre e la verità viene cancellata come un errore dal Grande Sorvegliante che presiede al funzionamento dei nastri del tempo.
La poesia di Montale fa ampiamente riferimento al simbolismo francese. Baudelaire, per esempio, in Les fleurs du mal, definisce la natura come una serie di pilastri da cui giungono parole confuse che il poeta è in grado di comprendere. Il nostro autore, invece, non ci riesce: il suo sogno sarebbe che un giorno il sole, levandosi, non riportasse con sé la vita di sempre, ma un'esistenza nuova finalmente comprensibile.

La terza strofe de L'estate rivela un carattere proprio della poesia montaliana: l'accumulo di elementi sconnessi e non componibili: l'omero acceso sembra illuminare di bagliori la fatica umana, la pepita travolta al sole illumina per un istante le brame dell'umanità, la cavolaia (un tipo di farfalla) sbatte le ali senza un senso, il ragno crea la sua tela in un luogo poco adatto (simbolo di insidia e di incongruità). L'elenco, come rivela il trattino, è aperto e potrebbe continuare, ma sarebbe inutile, sembrano dire i due versi successivi.
Lo schema del componimento (quartina - quartina - quartina - due versi - verso conclusivo) prepara all'osservazione icastica conclusiva: "Occorrono troppe vite per farne una". Il singolo verso è frutto della tendenza gnomica di Montale, ed esprime come un senso di incompiutezza: non ci sono veri momenti vitali che diano un senso all'esistenza.

Le Occasioni sono idealmente organizzate intorno a due poli che corrispondono a due figure femminili: Clizia, la donna del sole, che ne La Bufera (1956) diventerà mito, ed Annetta-Arletta, la donna dell'ombra e delle ferite. Nell'epigrafe che introduce alla quarta parte della raccolta, "Sap check'd with frost, and lusty leaves quite gone, / Beauty o'ersnow'd and bareness every where" ("La linfa è stata rappresa dal gelo e mille foglie sono ormai quasi andate, / Bellezza sommessa nella neve e desolazione", W. Shakespeare, Sonetti, V), troviamo congiunte le due "anime" de Le Occasioni: Clizia deve riscaldare il freddo della guerra, Arletta rappresenta la situazione crepuscolare.
La figura di Arletta ci è presentata in una poesia del 1972, contenuta nel Diario del '71 e del '72, intitolata "Annetta":



ANNETTA
(Diario del '72)


Perdona Annetta se dove tu sei
(non certo tra di noi, i sedicenti
vivi) poco ti giunge il mio ricordo.
Le tue apparizioni furono per molti anni
rare e impreviste, non certo da te volute.
Anche i luoghi (la rupe dei doganieri,
la foce del Bisagno dove ti trasformasti in Dafne)
non avevano senso senza di te.
Di certo resta il gioco delle sciarade incatenate
o incastrate che fossero di cui eri maestra.
Erano veri spettacoli in miniatura.
Vi recitai la parte di Leonardo
(Bistolfi ahimè, non l'altro), mi truccai da leone
per ottenere il 'primo' e quanto al nardo
mi aspersi di profumi. Ma non bastò la barba
che mi aggiunsi prolissa e alquanto sudicia.
Occorreva di più, una statua viva
da me scolpita. E fosti tu a balzare
su un plinto traballante di dizionari
miracolosa palpitante ed io
a modellarti con non so quale aggeggio.
Fu il mio solo successo di teatrante
domestico. Ma so che tutti gli occhi
posavano su te. Tuo era il prodigio.

Altra volta salimmo fino alla torre
dove sovente un passero solitario
modulava il motivo che Massenet
imprestò al suo Des Grieux.
Più tardi ne uccisi uno fermo sull'asta
della bandiera: il solo mio delitto
che non so perdonarmi. Ma ero pazzo
e non di te, pazzo di gioventù,
pazzo della stagione più ridicola
della vita. Ora sto
a chiedermi che posto tu hai avuto
in quella mia stagione. Certo un senso
allora inesprimibile, più tardi
non l'oblio ma una punta che feriva
quasi a sangue. Ma allora eri già morta
e non ho mai saputo dove e come.
Oggi penso che tu sei stata un genio
di pura inesistenza, un'agnizione
reale perché assurda. Lo stupore
quando s'incarna è lampo che ti abbaglia
e si spenge. Durare potrebbe essere
l'effetto di una droga nel creato,
in un medium di cui non si ebbe mai
alcuna prova.

Annetta-Arletta è la donna capace di dare attraverso il sentimento una chiave di lettura della realtà: il nesso segreto tra paesaggio e amore è un elemento vitale ("Anche i luoghi [...] non avevano senso senza di te"). Ella rivelò al poeta le misteriose radici della vita, ma ora appartiene alle agnizioni, cioè alle cose non necessarie ("Oggi penso che tu sei stata un genio di pura inesistenza"). Per conoscere questa donna misteriosa sono molto preziose alcune dichiarazioni dello stesso Montale: Giulio Nascimbeni afferma che il poeta gli avrebbe raccontato di aver scritto La casa dei doganieri per una giovane villeggiante morta giovane che forse neppure lo conosceva. In realtà, il personaggio che sta dietro ad Arletta è Anna degli Uberti, scomparsa soltanto nel sentimento del poeta, visto che ella morì nel 1959.



LA CASA DEI DOGANIERI
(Le Occasioni, Parte quarta)


Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t'attende dalla sera
in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all'avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s'addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell'oscurità.

Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...).
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

La casa dei doganieri sorgeva su un'altura delle Cinque Terre, ma Montale non vi si recò mai, perché essa venne distrutta quando egli aveva sei anni ed Arletta non poté vederla. Evidentemente, quindi, non si tratta della casa visitata con l'amante, ma dello spazio della memoria attraverso il quale osservare il passato.
Il componimento poggia sull'anafora dell'espressione "Tu non ricordi" ripetuta tre volte: essa ribadisce la mancanza di memoria per "uscita di scena". Altro elemento interessante è l'uso dei tempi verbali: abbiamo solamente due passati ("in cui v'entrò" e "vi sostò"), mentre tutti gli altri sono dei presenti. La vera opposizione è quella tra l'azione perfettiva (duratura) e quella imperfettiva (momentanea). Negli ultimi versi, "Qui" e "questa" sembrano esprimere la vicinanza della persona che parla. La poesia ha un andamento prosastico che solo di tanto in tanto cerca un ritmo endecasillabico (quasi questo fosse la dichiarazione di un fallimento, dell'impossibilità di un recupero memoriale).
v. 1: la poesia si apre con una forte marcatura ("Tu non ricordi"...; cfr. Vecchi versi)
v. 2: il concetto di discesa è connesso con la morte (cfr., più avanti, Bassa marea, vv.5-7: "Varcano ora il muro / rapidi voli obliqui, la discesa / di tutto non s'arresta")
vv. 4-5: la donna fa l'ingresso nel mondo e può capirlo
v. 5: irrequieto: senso di vitalità (cfr. Dora Markus, vv. 16 sgg.: "La tua irrequietudine mi fa pensare / agli uccelli di passo che urtano ai fari / nelle sere tempestose")
v. 6: la natura segue leggi diverse da quelle umane (cfr. Tramontana nella serie Mediterraneo di Ossi di seppia): Montale prova l'estraneità tanto della natura quanto della donna amata che non ricorda; vecchie mura (cfr. ancora Vecchi versi)
v. 7: Arletta è definita attraverso lo sciame dei pensieri e la fine del lieto sorriso: ella non gli appartiene più; questi concetti sono inseriti in una realtà verbale martellante e forte che sembra denunciare la assoluta mancanza di sicurezze ("la bussola va impazzita")
v. 9: può anche essere che i dadi e quindi la sorte possano realizzare ciò in cui l'uomo non riesce
v. 10: tempo: cfr. Tempo e tempi (incomunicabilità: Arletta appartiene ormai ad un'altra dimensione)
v. 11: s'addipana: addipanare (avvolgere in gomitolo) è il contrario di sdipanare (disfare un gomitolo); cfr. Lettera levantina (un componimento del 1923, pubblicato in Poesie disperse)
v. 12: Montale tiene ancora un capo della memoria, ma essa si allontana come una banderuola
vv. 17-18: la poesia di Montale è sempre sommessa, quindi questa esclamazione deve per forza richiamare a qualche cosa di veramente importante: questo è il punto focale della lirica, il momento in cui il poeta sente la necessità di un varco; abbiamo due elementi: la luce, rapida e fugace (cfr. i "rari guizzi" nei Tempi di Bellosguardo) e il varco, che è la rottura, "l'anello che non tiene" (cfr. I limoni), il momento in cui la prigione della nostra esistenza si apre, la ricerca dell'Altro, il valore opposto al disvalore
v. 19: frangente: è il flutto che si infrange sulla scogliera
v. 21: questa mia sera: non è la casa della compagnia, è la casa del solo poeta


BASSA MAREA
(Le Occasioni, Parte quarta)


Sere di gridi, quando l'altalena
oscilla nella pergola d'allora
e un oscuro vapore vela appena
la fissità del mare.

Non più quel tempo. Varcano ora il muro
rapidi voli obliqui, la discesa
di tutto non s'arresta e si confonde
sulla proda scoscesa anche lo scoglio
che ti portò primo sull'onde.

Viene col soffio della primavera
un lugubre risucchio
d'assorbite esistenze; e nella sera,
negro vilucchio, solo il tuo ricordo
s'attorce e si difende.

S'alza sulle spallette, sul tunnel più lunge
dove il treno lentissimo s'imbuca.
Una mandria lunare sopraggiunge
poi sui colli, invisibile, e li bruca.

La struttura del componimento è abbastanza usuale in Montale: una quartina seguita da due quintine e poi ancora una quartina (4-5-5-4). E' come se al "centro" ci fosse un ampliamento rispetto ai "lati".
v. 1: la poesia comincia senza verbi
v. 2: notiamo la contrapposizione tra un presente acronico ("oscilla") ed un "allora" che non esiste più. L'immagine dell'altalena la troviamo anche in Vento e bandiere della raccolta Ossi di seppia.
v. 5: Non più quel tempo: ancora una volta si tratta di un tempo diverso rispetto a quello presente
Varcano ora il muro: due immagini tipiche, quella del muro, che è la chiusura, e quello del varco
v. 6: voli obliqui: (cfr. Ovidio) gli uccelli che volano obliqui non significano certo liberazione
vv. 6-8: cfr. La casa dei doganieri (v. 2) e In costa a San Giorgio
v. 8: proda: cfr. Dante
vv. 10 sgg.: la primavera non è liberazione, anzi, è il sottolineamento di una ciclicità che non finirà mai
v. 13: vilucchio: convolvolo (nome di numerose piante erbacee con fusti rampicanti e fiori campanulati)
v. 14: il ricordo, che sta per cadere, si difende allo strenuo
v. 15: compare un nuovo elemento del paesaggio: il treno che passa vicino al mare
vv. 17-18: immagine cifrata e, diremmo quasi, barocca (la fonte è l'inglese Richard Crashow): il mondo sembra disfarsi e la memoria si difende attorcendosi, sopra di essa bruca un gregge dal vello d'oro, simbolo dell'oblio.




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