~ Whitman, compagno di strada

da FOGLIE D'ERBA di Walt Whitman

[per gli originali in lingua inglese, clicca qui]

Walt Whitman - ritratto
    QUESTA POLVERE FU UNA VOLTA UN UOMO

    Questa polvere fu una volta un uomo,
    dolce, schietto, giusto e risoluto, sotto la cui cauta mano,
    contro il più sporco crimine che la storia abbia conosciuto in qualunque terra o età,
    fu salvata l'Unione di questi Stati.


    O CAPITANO! MIO CAPITANO!

    O Capitano! Mio Capitano! il nostro duro viaggio è finito,
    la nave ha scapolato ogni tempesta, il premio che cercavamo ottenuto,
    il porto è vicino, sento le campane, la gente esulta,
    mentre gli occhi seguono la solida chiglia, il vascello severo e audace.
    ma, o cuore, cuore, cuore!
    gocce rosse di sangue
    dove sul ponte il mio Capitano
    giace caduto freddo morto.

    O Capitano! Mio Capitano! alzati a sentire le campane;
    alzati - per te la bandiera è gettata - per te la tromba suona,
    per te i fiori, i nastri, le ghirlande - per te le rive di folla
    per te urlano, in massa, oscillanti, i volti accesi verso di te;
    ecco Capitano! Padre caro! Questo mio braccio sotto la nuca!
    E' un sogno che sulla tolda sei caduto freddo, morto.

    Il mio Capitano non risponde, esangui e immobili le sue labbra,
    non sente il mio braccio, non ha battiti, volontà,
    la nave è all'ancora sana e salva, il viaggio finito,
    dal duro viaggio la nave vincitrice torna, raggiunta la meta;
    esultate rive, suonate campane!
    Ma io con passo funebre
    cammino sul ponte dove il Capitano
    giace freddo, morto.


    MENTRE MEDITAVO IN SILENZIO

    Mentre meditavo in silenzio,
    tornando sulle mie poesie, facendo lunghe, esitanti considerazioni su di esse,
    un Fantasma sorse davanti a me con un aspetto sospettoso,
    terribile per bellezza, età e potenza,
    il genio dei poeti di antiche terre,
    che volgeva verso di me i suoi occhi come fiamme,
    che indicava col dito tanti canti immortali,
    e che con voce minacciante disse: Che cosa canti?
    Non sai che non c'è che un tema sempre vivo per i bardi?
    E che è il tema della Guerra, la fortuna delle battaglie,
    il fare dei perfetti soldati?

    Sia pure così, risposi io,
    anche io troppo altezzosa ombra canto la guerra, più lunga e grande di ogni altra,
    ingaggiata nel mio libro con alterna fortuna, con fughe, avanzate, ritirate, vittorie rinviate e irresolute,
    (eppure mi sembra sicura, o come sicura alla fine) campo di battaglia è il mondo,
    per la vita e la morte, per il Corpo e per l'eterna Anima,
    guarda, io anche sono venuto, a cantare il canto delle battaglie,
    e formo soprattutto valorosi soldati.


    VI

    Un bambino disse "Che cosa è l'erba?" portandomene a piene mani;
    come potevo rispondere al bambino? Io non so che cosa sia più di quanto lo sappia lui.

    Congetturo che potrebbe essere la bandiera delle mie inclinazioni, tessuta di lana verde-speranza.

    O congetturo che sia il fazzoletto del Signore,
    un dono profumato e un souvenir lasciato appositamente cadere,
    che porta il nome del proprietario forse in qualche angolo, che noi possiamo vedere e notare, e dire "Di chi sarà?"

    O congetturo che l'erba sia essa stessa un bambino, un neonato del mondo vegetale.

    O congetturo che sia un uniforme geroglifico,
    che significa, Spuntando eguale nelle terre aperte e in quelle chiuse,
    crescendo tra i popoli neri e quelli bianchi,
    Canachi, Tuckahoe, uomini del Congresso e Negri, do a tutti loro lo stesso, accolgo tutti loro lo stesso.

    E ora mi sembra la bella chioma mai tagliata delle sepolture.

    Teneramente ti tratterò, erba tutta riccioli,
    può darsi che tu traspiri dai petti dei giovani,
    può darsi che se li avessi Conosciuti li avrei amati,
    può darsi che tu venga dai vecchi, o dai piccoli
    anzitempo sottratti al grembo della madre,
    e ora eccoti, tu sei un grembo materno.

    Questa erba è molto scura per venire dai capi canuti delle antiche madri,
    più scura delle barbe incolori dei vecchi,
    scura per venire dai palati di un rosa debole.

    O mi accorgo alla fine di così tante lingue che mormorano,
    e mi accorgo che non vengono dai palati per niente.

    Potessi tradurre i loro cenni sui giovani morti, sulle giovani morte,
    e i loro cenni sui vecchi e sulle madri, e sui piccoli sottratti anzitempo al loro grembo.

    Che cosa pensate che siano divenuti i giovani e i vecchi?
    E che cosa pensate che siano divenuti le donne e i piccoli?

    Sono vivi e stanno bene, chissà dove,
    il più minuto germoglio dimostra che davvero non c'è nessuna morte,
    e che se anche ci fosse porterebbe dritta alla vita, e non l'aspetta alla fine per arrestarla,
    ed è cessata il momento che la vita è apparsa.

    Tutto continua e si estende, niente si annulla,
    e morire è qualcosa di diverso da quello che si suppone, qualcosa di più fortunato.


    VII

    Qualcuno ha mai pensato che nascere è una fortuna?
    Mi affretto ad informarlo, uomo o donna, che è una fortuna come morire, io lo so.

    Passo attraverso la morte con il morente e attraverso la nascita con il neonato lavato appena, e non sono contenuto tra
    il mio cappello e i miei stivaletti,
    e studio molteplici oggetti, neanche due eguali tra loro e tutti buoni,
    la terra buona e buone le stelle, e buono ciò che sta con esse.

    Io non sono una terra, né qualcosa che sta con la terra,
    sono il compagno, quello che sta con la gente, tutti immortali e insondabili come me,
    (loro non sanno quanto sono immortali, io lo so).

    Ogni specie per sé e per ciò che le appartiene, per me il mio maschio e femmina,
    per me quelli che sono stati ragazzi e amano le donne,
    per me l'uomo che è orgoglioso e sente quanto ferisca l'essere disprezzato,
    per me l'innamorata e l'anziana vergine, per me madri e le madri delle madri,
    per me labbra che hanno sorriso, occhi che hanno pianto,
    per me bambini e procreatori di bambini.

    Svestitevi! Non siete colpevoli, né vecchi né rifiutati,
    vedo attraverso il panno e la seta se lo siete o no,
    e vado in giro, tenace, avido, instancabile, e non mi lascio scostare via.


    XVIII

    Con musica forte io avanzo, con le mie trombe e i miei tamburi,
    io non suono marce soltanto per i vincitori riconosciuti, io suono marce per chi è stato sconfitto e ucciso.

    Avete sentito dire che è bene vincere la battaglia?
    Io vi dico che è bene cadere, che le battaglie sono perdute nello stesso spirito in cui sono vinte.
    Io batto il mio tamburo per i morti,
    io soffio attraverso l'imboccatura le mie musiche più forti e più allegre per loro.

    Evviva quelli che sono caduti!
    E quelli i cui vascelli da guerra sono naufragati!
    E quelli che sono finiti in mare!
    E tutti i generali che hanno perso in combattimento, e tutti gli eroi sopraffatti!
    E gli innumerevoli eroi ignoti eguali ai più grandi celebri eroi!


    XXVII

    Esistere in qualsiasi forma, che cosa è?
    (in cerchio andiamo noi, tutti noi, e sempre torniamo nella medesima posizione)
    se non esistesse niente di più sviluppato, la vongola nel suo duro guscio basterebbe.

    Il mio guscio non è di calcare,
    ho su di me istantanei conduttori sia che cammini sia che stia fermo,
    loro prendono ciascun oggetto e lo guidano innocuamente dentro di me.

    Io semplicemente mi muovo, premo, sento con le dita, e sono felice,
    entrare in contatto con qualcun altro è quasi il massimo che posso sostenere.


    XXXIV

    Ora racconto ciò che venni a sapere in Texas, nella mia prima giovinezza,
    non racconto la caduta di Alamo,
    nessuno si salvò per raccontare la caduta di Alamo,
    centocinquanta di Alamo sono ancora muti)
    questo è il racconto dell'assassinio a sangue freddo di quattrocentododici giovani.

    Nella ritirata loro si erano disposti come sui lati di un quadrato con il bagaglio come parapetto,
    novecento vite dei nemici che li accerchiavano, nove volte più numerosi di loro, fu il prezzo che si presero in anticipo,
    loro colonnello era ferito e le munizioni finite,
    trattarono una resa con onore, ricevettero carte e sigilli, consegnarono le armi e marciarono come prigionieri di guerra.

    Erano la gloria della razza dei rangers,
    imbattibili a cavallo, col fucile, a cantare, mangiare, corteggiare,
    massicci, turbolenti, generosi, ben fatti, orgogliosi, pieni di affetto,
    dalle gran barbe, i volti bruciati, vestiti con la libera divisa dei cacciatori,
    neppure uno con più di trent'anni.

    La mattina della seconda domenica furono portati fuori a squadre e massacrati, era un bellissimo inizio d'estate,
    il lavoro cominciò circa alle cinque e fu finito alle otto.

    Nessuno obbedì all'ordine di inginocchiarsi,
    qualcuno fece un folle, disperato assalto, altri stettero rigidi, diritti,
    pochi caddero immediatamente, colpiti alle tempie o al cuore, i vivi e i morti giacquero insieme,
    i mutilati e i dilaniati rasparono sul terreno sporco, i nuovi venuti li videro lì,
    alcuni mezzo-uccisi tentarono di strisciare via,
    questi furono spacciati con le baionette o pestati con i moschetti,
    un ragazzo di neppure diciassette anni afferrò il suo assassino sinché in due vennero a liberarlo
    tutti e tre laceri e coperti con il sangue del ragazzo.

    Alle undici cominciarono a bruciare i cadaveri,
    questo è il racconto dell'assassinio di quattrocentododici giovani.




    I

    Canto il corpo elettrico,
    le schiere di quelli che amo mi abbracciano e io li abbraccio,
    non mi lasceranno sinché non andrò con loro, non risponderò loro,
    e li purificherò, li caricherò in pieno con il carico dell'anima.

    E mai stato chiesto se quelli che corrompono i propri corpi nascondono se stessi?
    E se quanti contaminano i viventi sono malvagi come quelli che contaminano i morti?
    E se il corpo non agisce pienamente come fa l'anima?
    E se il corpo non fosse l'anima, l'anima cosa sarebbe?


    IV

    Rifluisci, oceano della vita, (tornerà l'alta marea)
    non cessare il tuo lamento tu feroce antica madre,
    senza fine piangi per i tuoi naufraghi, ma non aver paura, non respingermi,
    non frusciare così roca e adirata contro i miei piedi appena ti tocco o raccolgo qualcosa da te.

    Io intendo essere gentile con te e con tutti,
    raccolgo per me e per questo fantasma che guarda giù dove ci dirigiamo, e segue me e i miei canti.

    Me e i miei canti, libere tracce di vento, piccoli cadaveri,
    schiuma, bianca come neve, e bolle,
    (vedi, dalle mie morte labbra il fango trasuda alla fine,
    vedi, i colori del prisma che brillano e rotolano)
    ciuffi di paglia, sabbie, frammenti,
    portati qui a galla da molti umori, uno in contrasto con l'altro,
    dalla tempesta, dalla bonaccia, il buio, il gonfiarsi delle onde,
    meditando, riflettendo, un respiro, una lacrima salmastra, un po' di liquido o di terra,
    su come da insondabili trasformazioni fermentate e scagliate,
    un fiore o due marciti, strappati, sulle onde fluttuando alla deriva,
    ugualmente per noi quel singhiozzante lamento della Natura,
    ugualmente da dove noi veniamo quello squillo di trombe annuvolate,
    noi, capricciosi, portati qui non sappiamo da dove, sparsi davanti a te,
    tu lassù che cammini o stai seduto,
    chiunque tu sia, anche noi siamo relitti ai tuoi piedi.


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