~ David Maria Turoldo

David Maria Turoldo(estratto da Wikipedia)

Il frate servita italiano David Maria Turoldo (Coderno di Sedegliano, Udine, 22 novembre 1916 - Milano, 6 febbraio 1992), al secolo Giuseppe, è stato un poeta, un saggista ed uno dei più rappresentativi esponenti del rinnovamento del cattolicesimo della seconda metà del '900, il che gli valse il titolo di "coscienza inquieta della Chiesa".

BIOGRAFIA

La formazione

Nono di dieci fratelli, padre Turoldo nacque da un'umile famiglia contadina e molto religiosa a Coderno, una frazione del paese friulano di Sedegliano: al battesimo, gli venne imposto il nome di Giuseppe.

A soli 13 anni, fece il suo ingresso nel convento di Santa Maria al Cengio a Isola Vicentina, sede della Casa di Formazione dell'Ordine servita nel Triveneto: il 2 agosto 1935 emise la sua prima professione religiosa, assumendo il nome di frà David Maria; il 30 ottobre 1938 pronunciò i voti solenni a Vicenza. Intenzionato a diventare sacerdote, iniziò gli studi teologici e filosofici a Venezia. Il 18 agosto 1940 venne ordinato presbitero nel Santuario della Madonna di Monte Berico di Vicenza.

Nel 1940 si trasferì a Milano, presso il convento di Santa Maria dei Servi in San Carlo al Corso: su invito del cardinale Ildefonso Schuster, arcivescovo della città e forte sostenitore del suo ordine, iniziò a tenere la predicazione domenicale presso il duomo, attività che lo vedrà impegnato per il successivo decennio. Completò i suoi studi in filosofia all'Università Cattolica di Milano, dove conseguì la laurea l' 11 novembre 1946 con una tesi dal titolo significativo, La fatica della ragione - Contributo per un'ontologia dell'uomo, redatta sotto la guida del prof. Gustavo Bontadini. Sia Bontadini che Carlo Bo gli offriranno il ruolo di Assistente universitario, il primo di Filosofia Teoretica a Milano, il secondo in Letteratura all’ Università di Urbino.

L’inizio del suo impegno

Durante l’occupazione nazista di Milano (8 settembre 1943 - 25 aprile 1945) collabora attivamente con la resistenza antifascista, creando e diffondendo dal suo convento il periodico clandestino l'Uomo. Ancora una volta un titolo significativo, che testimonia la sua scelta dell'umano contro il disumano, perché «La realizzazione della propria umanità: questo è il solo scopo della vita». La sua militanza durò tutta la vita, interpretando il comando evangelico “essere nel mondo senza essere del mondo” come un “essere nel sistema senza essere del sistema”. Rifiutò sempre di schierarsi con un partito: nel 1948 rifiutò anche di sostenere la Democrazia Cristiana sostenendo che «non bisogna confondere la Chiesa con un partito, né un partito con la Chiesa».

Il suo impegno a cercare un confronto di idee deciso e talvolta duro, ma sempre dialettico, si tradusse nella fondazione, col suo fedele collaboratore frà Camillo Maria de Piaz, del centro culturale Corsia dei Servi (il vecchio nome della strada che dal convento dei serviti conduceva al duomo), dedicato all'approfondimento dei problemi di attualità, italiani e internazionali, e delle dinamiche che andavano trasformando la città.

Fu uno dei principali sostenitori del progetto Nomadelfia, il villaggio "con la fraternità come unica legge" fondato da don Zeno Saltini nell’ex campo di concentramento di Fossoli (Carpi) per accogliere gli orfani di guerra: grazie alla sua abilità di oratore riuscì a raccogliere molti fondi presso la ricca borghesia milanese.

Tra il 1948 e il 1952 le sue raccolte di liriche "Io non ho mani" (che gli valse il Premio letterario Saint Vincent) e "Gli occhi miei lo vedranno" lo rendono noto al grande pubblico.

Nel 1953 iniziò un lungo itinerario in varie Case servite di Austria, Baviera, Inghilterra, Stati Uniti, Canada: il Santo Uffizio, insospettito per il suo pensiero troppo "liberale" nel concedere spazio alla coscienza e per il suo aperto sostegno all'opera, ancora incompresa, di don Saltini, aveva chiesto ai superiori dell’Ordine di allontanarlo dall’Italia. Furono comunque esperienze molto interessanti, che lo arricchirono culturalmente e lo fece conoscere ed apprezzare ad un vasto mondo.

Il ritorno in Italia

Nel 1955 venne assegnato al convento della Santissima Annunziata di Firenze, ma solo nel 1964 viene reinserito stabilmente in Italia: questo anche per l'interessamento del sindaco Giorgio La Pira, da sempre attento ai temi del dialogo e della pace tanto cari anche a Turoldo, di cui divenne buon amico e stretto collaboratore
Nel 1961 viene trasferito nel convento di Santa Maria delle Grazie, a Udine. Qui iniziò a frequentare il suo corregionale Pier Paolo Pasolini (che, agnostico, nel 1964 realizzerà il Vangelo secondo Matteo), grazie alla cui collaborazione realizza il suo unico film, Gli Ultimi (1962).

Nel 1964 Turoldo decise di ristrutturare l’antica ex abbazia cluniacense di Sant'Egidio a Fontanella di Sotto il Monte, il paese di origine di papa Giovanni XXIII, scomparso solo l’anno precedente. Fondò e divenne priore di una piccola comunità, "Casa di Emmaus", presso la quale istituì il Centro di studi ecumenici "Giovanni XXIII", che accoglieva persone anche atee e di religione islamica all'insegna di un ecumenismo radicale dove le divisioni della storia potessero trasformarsi nell'incanto dell'utopia.

L’obbedienza al servizio all’uomo e alla solidarietà si realizzò anche nella sua attività di notista, con delle rubriche fisse su giornali e riviste. Denunciò tutti i soprusi, soprattutto istituzionali ed economici, e si fece voce degli oppressi, anche di quelli più lontani, per la libertà e la giustizia. Nel 1974, in occasione del referendum abrogativo della legge sul divorzio, discostandosi dalla posizione ufficiale della gerarchia cattolica italiana, si schierò per il "no".

Di notevole interesse artistico la collaborazione con il compositore e direttore di coro Bepi De Marzi che con il coro polifonico di Vicenza ha realizzato per la Fonit-Cetra di Milano la prima incisione musicale dei Salmi di padre Turoldo e dell'Ismaele.

La fine

TuroldoAffetto ormai da anni da un tumore al pancreas, dopo un itinerario in vari luoghi di cura, morì nel Convento di San Carlo a Milano il 6 febbraio 1992; il 2 febbraio, al termine della messa domenicale, si era congedato dai fedeli con la frase: «la vita non finisce mai!». I suoi funerali videro la partecipazione di oltre tremila persone, gente semplice e intellettuali, che si mescolavano attendendo per ore di arrivare alla sua bara.

Presiedette le esequie il cardinale Carlo Maria Martini, che qualche mese prima della morte, aveva consegnato a padre Turoldo il primo “Premio Giuseppe Lazzati”, chiedendogli così pubblicamente scusa a nome della Chiesa di tanti torti subiti: «La Chiesa riconosce la profezia troppo tardi». Un secondo rito funebre venne celebrato nella sua Casa a Fontanella di Sotto il Monte, nel cui piccolo cimitero fu sepolto.



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Da Io non ho mani:

MEMORIA

È la memoria una distesa
di campi assopiti
e i ricordi in essa
chiomati di nebbia e di sole.

Respira
una pianura
rotta solo
dagli eguali ciuffi di sterpi:

in essa
unico albero verde
la mia serenità.


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O GIORNI MIEI…

Solo a sera m'è dato
assistere alla deposizione
della luce, quando
la vita, ormai
senza rimedio, è perduta.

Mio convoglio funebre
di ogni notte: emigrazione
di sensi, accorgimenti
delle ore tradite, intanto
che lo spirito è rapito
sotto l'acutissimo arco
dell'esistenza: l'accompagna
una musica di indicibile
silenzio.

Invece dovere
ogni mattina risorgere
sognare sempre
impossibili itinerari.


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IO NON HO MANI

Io non ho mani
che mi accarezzino il volto,
(duro è l'ufficio
di queste parole
che non conoscono amori)
non so le dolcezze
dei vostri abbandoni:
ho dovuto essere
custode
della vostra solitudine:
sono
salvatore
di ore perdute.


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POVERA CHE DORME ENTRO I GIORNALI

C'è una povera in via Ciovasso
che non può più camminare,
e dorme entro i giornali
nessuno di quelli che stanno
di sopra
ha tempo di scendere e salutare.

Per lei è di troppo
un po' di scatole per guanciale
e stare
nel cuore di Milano.


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VIVI DI NOI

Vivi di noi.
Sei
La verità che non ragiona.

Un Dio che pena
Nel cuore dell'uomo.


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Da Udii una voce:

Non per me il pulito verso.
Uno scabro sasso la parola
nelle mie mani.
Intanto che gli effetti dissepolti
marciscono come foglie staccate
dalla pianta..
Questi i miei giorni vuoti di pudore,
i miei canti senza note
la verità senza amore.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Parole, inerti macerie,
brandelli d'esistenze
disamorate, panorama
del mio paese
ove neppure il gesto
sacrificale più rompe
la immota somiglianza dei giorni,
né le vesti sante coprono
la nudità degli istinti.

E i poeti non hanno più canti
Non un messaggio di gioia,
nessuno una speranza.


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Da Gli occhi miei lo vedranno:

ITINERARI

Liberata l'anima ritorna
agli angoli delle strade
oggi percorse, a ritrovare i brani.

Lì un gomitolo d'uomo
posato sulle grucce,
e là una donna offriva al suo nato
il petto senza latte.
Nella soffitta d'albergo
una creatura indecifrabile:
dal buio occhi uguali
al cerchio fosforescente d'una sveglia
a segnare ore immobili.

E io a domandare alle pietre agli astri
al silenzio: chi ha veduto Cristo?


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DIO NON VIENE ALL'APPUNTAMENTO

Ma quando declina questo
giorno senza tramonto?
All'incontro cercato
nessuno giunge.
E le pietre bevono
Il sangue di questo cuore
Ancora per miracolo vivo.


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ASCOLTA IL NOSTRO GRIDO, O GIOBBE

Ma ora a noi avanzano
Solo l'inverno e la notte
E senza scampo sono le nostre vite
In queste città maledette.
La morte siede sugli usci delle case
o con gli zoccoli di cavallo va per le strade
in stridori di migliaia di trombe;
o volteggia trionfante
sul capo in risa di corvi a stormo.

Invece fiorito è il deserto, popolata
di uccelli e di alberi la tua solitudine.
Angeli danzano al canto nuovo.


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ALLORA RIDERO' DELLA SUA DELUSIONE

Armata di falce verrà
pronta a ingaggiar battaglia.
Altri forse avranno un gesto
di pietà:
fonde pensavano
fossero le radici.
E certo non sapevano
che celavo una continua
attesa d'andarmene.


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Da Nel segno del Tau

È TEMPO, AMICO

Certo per me, amico, è tempo
di appendere la cetra
in contemplazione
e silenzio.

Il cielo è troppo alto
e vasto
perché risuoni di questi
solitari sospiri.

Tempo è di unire le voci,
di fonderle insieme
e lasciare che la grazia canti
e ci salvi la Bellezza.

Come un tempo cantavano le foreste
tra salmo e salmo
dai maestori cori
e il brillio delle vetrate
e le absidi in fiamme.

E i fiumi battevano le mani
al Suo apparire dalle cupole
lungo i raggi obliqui della sera;
e angeli volavano sulle case
e per le campagne e i deserti
riprendevano a fiorire.

Oppure si udiva fra le pause
scricchiolare la luce nell'orto, quando
pareva che un usignolo cantasse
"Filii et Filiae", a Pasqua.


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E NON CHIEDERE NULLA

Ora invece la terra
si fa sempre più orrenda:

il tempo è malato
i fanciulli non giocano più
le ragazze non hanno
più occhi
che splendono a sera.

E anche gli amori
non si cantano più,
le speranze non hanno più voce,
i morti doppiamente morti
al freddo di queste liturgie:

ognuno torna alla sua casa
sempre più solo.

Tempo è di tornare poveri
per ritrovare il sapore del pane,
per reggere alla luce del sole
per varcare sereni la notte
e cantare la sete della cerva.
E la gente, l'umile gente
abbia ancora chi l'ascolta,
e trovino udienza le preghiere.

E non chiedere nulla.


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Da RITORNIAMO AI GIORNI DEL RISCHIO, 1985:

Siamo composti con brani di morti
uguali a città
rifatte da macerie di secoli.

Allora al comune bivacco eravamo
tutti disperati e volevamo
morire per sentirci più vivi.

Non questo certo era l'augurio!
La nuova parola è stata uccisa
Dal piombo sulle bocche squarciate.

Una mediazione invocavano morendo
tra l'avvenimento grande e la sorte di ognuno,
l'avvento attendevano dell'uomo umile.

Ma noi rimpiangemmo le vecchie catene
come il popolo ambiva nel deserto
l'ossequio al re per le sicure ghiande:

non vogliamo il rischio di essere liberi,
il peso di dover decidere da noi
e l'amore di farci poveri.

Da sotterra urlano i morti
e per le strade vanno
come nell'ora dell'agonia di Cristo.

Per le strade vagano i fratelli
senza casa, liberi
d'ogni ragione d'essere morti.

La notte è simile al giorno
Il bene al male s'eguaglia,
spoglio quale una pianura d'inverno.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Era aperta solo al tuo occhio
quella Notte oscura:
e dunque perché non li uccidesti
avanti che uccidessero?

I grandi deliravano
In parate e uniformi
E noi non capivamo.

Aquile e svàstiche
e canti di morte
salmi e canti e benedizioni
di reggimenti col teschio
sui berretti neri
sulle camice nere
sui gagliardetti neri..

E discorsi fin o all'urlo
accanito delle folle d'Europa,
della saggia e civilissima
e cristiana Europa.

Così abbiamo tutti cantato
almeno una volta
i canti della morte.

L'inizio è sempre uguale:
"Nostra è la Ragione"! E poi,
l'esaltazione degli eroi.

Poi le medaglie
e le corone e i monumenti
e i momenti del silenzio
all'Altare della Patria.

Dio, cosa costano gli eroi!


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Torniamo ai giorni del rischio,
quando tu salutavi a sera
senza essere certo mai
di rivedere l'amico al mattino.

E i passi della ronda nazista
dal selciato ti facevano eco
dentro il cervello, nel nero
silenzio della notte.

Torniamo a sperare
come primavera torna
ogni anno a fiorire.

E i bimbi nascano ancora,
profezia e segno
che Dio non s'è pentito.

Torniamo a credere
pur se le voci dai pergami
persuadono a fatica
e altro vento spira
di più raffinata barbarie.

Torniamo all'amore,
pur se anche del familiare
il dubbio ti morde,
e solitudine pare invalicabile…


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Mio papa, padre del mondo, Giovanni,
ho visto le tue parole frangersi
sulle gemme delle mitrie
come luce dei fari
sul prisma dei paracarri:

Hitler e la Gestapo sono eterni,
ora le vedo quelle tue parole
gemme sull'arena.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Da Il grande male, Mondadori, 1987:

Ancora un'alba sul mondo:
altra luce, un giorno
mai vissuto da nessuno,
ancora qualcuno è nato:
con occhi e mani
e sorride.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Tutto deve ancora avvenire
nella pienezza:
storia è profezia
sempre imperfetta.

Guerra è appena il male in superficie
il grande Male è prima,

il grande Male
è Amore-del-nulla.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


E i torturati
in grumi neri
inutilmente
urlano.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Perdona le chiese, i preti

prima fra tutti:
dei filosofi non cancellare il nome
dalla tua anagrafe.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Per favore, non rubatemi
la mia serenità.

E la gioia che nessun tempio
ti contiene,
o nessuna chiesa
t'incatena:

Cristo sparpagliato
per tutta la terra,
Dio vestito di umanità:

Cristo sei nell'ultimo di tutti
come nel più vero tabernacolo:

Cristo dei pubblicani,
delle osterie dei postriboli,
il tuo nome è colui
che-fiorisce-sotto-il-sole.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Solo parole, o papa:
parole, e di contro
la irreparabile morte
della Parola.

Le chiese, un frastuono
gli uomini sempre
più soli
e inutili.

E il cielo è vuoto:
Dio ancor più che morto
assente!


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Da Canti ultimi, Garzanti, 1991:

Non so quando spunterà l'alba
non so quando potrò
camminare per le vie del tuo paradiso

non so quando i sensi
finiranno di gemere
e il cuore sopporterà la luce.

E la mente (oh, la mente!)
già ubriaca, sarà
finalmente calma
e lucida:

e potrò vederti in volto
senza arrossire.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Ieri all'ora nona mi dissero:
il Drago è certo, insediato nel centro
del ventre come un re sul suo trono.
E calmo risposi: bene! Mettiamoci
in orbita: prendiamo finalmente
la giusta misura davanti alle cose;
e con serenità facciamo l'elenco:
e l'elenco è veramente breve.

Appena udibile, nel silenzio,
il fruscio delle nostre passioncelle
del quotidiano, uguale
a un crepitare di foglie
sull'erba disseccata.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Ti sento, Verbo, risuonare dalle punte dei rami
dagli aghi dei pini dall'assordante
silenzio della grande pineta
- cattedrale che più ami - appena
velata di nebbia come
da diffusa nube d'incenso il tempio.

Subito muore il rumore dei passi
come sordi rintocchi:
segni di vita o di morte?
Non è tutto un vivere e insieme
un morire? Ciò che più conta
non è questo, non è questo:
conta solo che siamo eterni,
che dureremo, che sopravviveremo…

Non so come, non so dove, ma tutto
perdurerà: di vita in vita
e ancora da morte a vita
come onde sulle balze
di un fiume senza fine.

Morte necessaria come la vita,
morte come interstizio
tra le vocali e le consonanti del Verbo,
morte, impulso a sempre nuove forme.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


La sentenza che ora tu sai
nulla di nuovo aggiunge a quanto
già doveva esserti noto da sempre:
tutto è scritto. Di nuovo
è appena un fatto di calendario.

Eppure è l'evento che tutto muta
e di altra natura
si fanno le cose e i giorni.

Subito senti il tempo franarti
tra le mani: l'ultimo
tempo, quando
non vedrai più questi colori
e il sole, né con gli amici
ti troverai a sera…
Dunque, per quanto ancora?


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Tu e lui,
null'altro.

Lui
il Tu senza risposte.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Amici, mi sento
un tino bollente
di mosto dopo
felice vendemmia:

in attesa del travaso.

Già potata è la vite
per nuova primavera.


~ ~ ~ ~ ~ ~ ~


Anima mia, non pensare
male di Lui: gli è impossibile
fare altro.

E — vedrai —
il Male non vincerà.


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