~ La Poesia di Alfonso Gatto

Il poeta è un uomo mortale
che vive con tutta la sua morte
e con tutta la sua vita,
nel tempo,
e in sé si consuma e si sveglia,
negli altri si popola e si chiama,
e nulla possiede
che non abbia già amato e perduto.

~ Alfonso Gatto

Alfonso Gatto

Nato a Salerno nel 1909 da una famiglia di marinai di origini calabresi, frequentò l'università di Napoli senza però laurearsi. Lavorò come commesso, come istitutore di collegio, correttore di bozze ed infine divenne giornalista. Nel 1938 fondò a Firenze con Vasco Pratolini la rivista "Campo di Marte" che diventò la voce del più avanzato ermetismo.

A partire dal 1943 fece parte della Resistenza e le poesie scritte in quel periodo offrono una testimonianza efficace delle idee che animarono la lotta di liberazione. A guerra finita, fu direttore di "Settimana", poi co-direttore di "Milano-sera" ed inviato speciale dell'Unità. Nel 1951 lasciò clamorosamente e polemicamente il partito. Vinse vari concorsi letterari: "Savini" (1939), "St. Vincent" (1950), "Marzotto" (1954), "Bagutta" (1955).

Oltre che poeta fu anche scrittore e, in particolare, scrisse testi per l'infanzia. Negli ultimi anni della vita si dedico' alla critica dell'arte e della pittura. Morí a Orbetello (Grosseto) nel 1976, in un incidente d'auto.

A partire dal limpido, musicale discorso svolto nelle prime raccolte, Alfonso Gatto sviluppa la sua poesia passando attraverso una serie complessa di esperienze: dai versi politici al lirismo umanitario appassionato e acceso, fino al raggelarsi della parola nella meditazione della morte e nella contemplazione lucidamente razionale del mutare oscuro della vita e delle forme che premono gli uomini.

Il linguaggio del ventenne autore di Isola pare nascere dall' urgenza "di fondere determinati contenuti sentimentali, una propria retorica di sguardo e di memoria meridionali nell'irta e drammatica sintesi espressiva di un Ungaretti, passando attraverso Campana e sposando... i toni vociani più esasperati - quel Rimbaud...-, come una musica non più sensitiva, ma interiore.

"... Con tutte le sue ossessive effusioni sentimentali Alfonso Gatto è il solo temperamento di moralista che si sia affacciato, dopo Cardarelli, nella lirica d' oggi. Egli è il solo che abbia ... scalzato i motivi interiori...dalla loro vernice patetica, per far loro acquistare un sapore di verità rimproverata, cogliendo al vivo la parte di noi stessi che risponde all'ansia del tempo via via con maggior dolore e rancore. Si dirà che un simile travaglio era un po' nell'aria; ma dobbiamo unicamente a lui la forza con cui esso è giunto... a darci l'immagine di una nuova coscienza letteraria.
"...Dunque in Alfonso Gatto non si sente uno che racconta o canta; a un estremo di abbandono e di malinconia corrisponde un' eguale misura di macerato riserbo che si comunica a chi legge.
"...si capisce che, per arrivare all' amarezza ardita e sonante di queste ultime cose, Gatto deve aver tenuto presente l'esperienza umana fatta nel dopoguerra; e quella letteraria... di altre liriche sbagliate o pericolanti nell'assurdo, ma che contenevano i più accesi stati d'animo della sua sensibilità: a frammenti, a stacchi pieni, quasi blocchi, gettati lì, col vergine stupore con il quale il pittore cubista avrebbe saputo comporre e scomporre geometricamente un paesaggio interiore." (G. Spagnoletti, La Fiera Letteraria)





Da Poesie

Canto alle rondini [Song To The Swallows]

Questa verde serata ancora nuova
e la luna che sfiora calma il giorno
oltre la luce aperto con le rondini
daranno pace e fiume alla campagna
ed agli esuli morti un altro amore;
ci rimpiange monotono quel grido
brullo che spinge già l'inverno, è solo
l'uomo che porta la città lontano.

e nei treni che spuntano, e nell'ora
fonda che annotta, sperano le donne
ai freddi affissi d'un teatro, cuore
logoro nome che patimmo un giorno.





Paesetto di Riviera [Village On The Riviera]

La sera amorosa
ha raccolto le logge
per farle salpare
le case tranquille
sognanti la rosa
vaghezza dei poggi
discendono al mare
in isole, in ville
accanto alle chiese.





Via Appia [Appian Way]

Eterna sera agli alberi fuggiti
nel silenzio: la strada fredda accora
i morti in terra verde: di svaniti
suoni nell' aria armoniosa odora

vento dorato il mare dei cipressi.
Calma specchiata di monti la sera
immagina giardini nei recessi
tristi dell'acqua: erbosa primavera

stringe la terra in uno scoglio vivo.
Cade nel sonno docile la pena
dei monti addormentati sulla riva:
sopra la pace luminosa arena.

Nella memoria li depone il bianco
vento del mare: ad alba solitaria
passano in sogno a non toccarsi: banco
del mattino la ghiaia fredda d'aria.





Arietta settembrina [September Breeze]

Ritornerà sul mare
la dolcezza dei venti
a schiuder le acque chiare
nel verde delle correnti.

Al porto sul veliero
di carrube l'estate
imbruna, resta nero
il cane delle sassate.

S'addorme la campagna
di limoni e d'arena
nel canto che si lagna
monotono di pena.

Così prossima al mondo
dei gracili segni,
tu riposi nel fondo
della dolcezza che spegni.





Da Nuove Poesie

Amore della vita [Love Of Life]

Io vedo i grandi alberi della sera
che innalzano i cieli dei boulevards,
le carrozze di Roma che alle tombe
dell'Appia antica portano la luna.

Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.
Pure, lunga la via fu alla sera
di sguardi ad ogni casa, e oltre il cielo
alle luci sorgenti ai campanili
ai nomi azzurri delle insegne, il cuore
mai più risponderà?

Oh, tra i rami grondanti di case e cielo
il cielo dei boulevards
cielo chiaro di rondini!

O sera umana di noi raccolti
uomini stanchi uomini buoni,
il nostro dolce parlare
nel mondo senza paura.

Tornerà tornerà,
d' un balzo il cuore
desto
avrà parole?
Chiamerà le cose, le luci, i vivi?

I morti, i vinti, chi li desterà?





Poesia d'amore [Love Poem]

Le grandi notti d'estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.

Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare
dal vento che pare l'anima.

E baci perdutamente
sino a che l'arida bocca
come la notte è dischiusa
portata via dal suo soffio.

Tu vivi allora, tu vivi
il sogno ch'esisti è vero.
Da quanto t'ho cercata.

Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.

E il bacio che cerco è l'anima.





Da Osteria Flegrea

Passeggiata Fuori Porta [Stroll Outside The Gate]

Non basta l'oblio,
la gassosa bevuta a mezza strada.
Nulla più che ci aggrada,
che sia blando e leggero
come lo spirito del mattino;
sempre morti tra noi,
il terrore vicino
di un' altra guerra
e la mente dubitosa
di quel che sarà poi.
senza speranze la terra.

Che diremo al bambino
se vede nella bottiglia
il celeste pensiero
d'un mare che gli somiglia?

Bastasse l'angelo arguto
a dirci che il male
è tutto là sul giornale
per chi l'ha fatto
per chi l'ha ricevuto.
Il male ci coglie d'un tratto.
Immeritata la gioia
che non sia di tutti
e i nostri lutti
che non son nostri, i pensieri...

La testa è più distratta ove più impara
a dir col passo gli stessi pensieri.





Inverno a Roma [Winter In Rome]

I bambini che pensano negli occhi
hanno l'inverno, il lungo inverno. Soli
s' appoggiano ai ginocchi per vedere
dentro lo sguardo illuminarsi il sole.
Di là da sé, nel cielo, le bambine
ai fili luminosi della pioggia
si toccano i capelli, vanno sole
ridendo con le labbra screpolate.
Son passate nei secoli parole
d' amore e di pietà, ma le bambine
stringendo lo scialletto vanno sole
sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto
gocciola sugli uccelli della gronda.





Osteria Flegrea [Phlegraean Hostaria]

Come assidua di nulla al nulla assorta
la luce della polvere! La porta
al verde oscilla, l'improvvisa vampa
del soffio è breve.

Fissa il gufo
l'invidia della vita,
l'immemore che beve
nella pergola azzurra del suo tufo
ed al sereno della morte invita.





Il Caprimulgo [The Nightjar]

Tornerà sempre l'ironia serena
del sortilegio sulle tue corolle,
fiore disfatto.
E tu che voli e piangi
stridendo coi tuoi grandi occhi oscuri,
o caprimulgo dalle piume molli,
il buio sempre ingoierà la notte
delle farfalle nere, le lucenti
blatte in cui l'uomo misero rattrae
le mani e gli occhi a rispettarle,
umane della pietà per sé.
Per la scala degli inferi discende
il consenso perenne, l'ordinata
congrega delle vittime plaudenti.

O misura dell'uomo in sé dipinto
costretto oltre la morte, mummia salva
a schermo delle mani,
a non aver più limiti, distratta
è la forza latente, il bruco insonne
della materia che ci traccia e insegue.
Un fenomeno oscuro il divenire
l'enfasi sorda che alle sue parole
non crede più, ma giura. Ancora scende
questa scala degli inferi e l'informe
che chiede un senso smania di figure.






ALFONSO GATTO: IL POETA DEL CANTO FIOCO

(Adattato da un saggio critico di Giuseppe Langella)


Gatto pensanteNell’arco quasi cinquantennale della sua dedizione alla poesia Gatto non si disfece mai del circoscritto bagaglio di temi, di scenari e di parole chiave che assai precocemente era venuto costituendo, con infallibile istinto, fin dalle prime prove; anzi come pochi altri seppe alimentarlo conservandolo praticamente intatto,dando prova di una prodigiosa facoltà di trasformazione. Formatosi, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, alla scuola del secondo Ungaretti, che, rilanciando l’asse Petrarca-Leopardi, aveva canonizzato la tradizione monodica per eccellenza della lirica italiana, Gatto appartiene a quella specie di poeti che non largheggiano nella quantità, nel numero, esercitando l’estro di una rielaborazione combinatoria ininterrotta su un vocabolario relativamente esiguo. Perciò, non è difficile individuare il filo rossoche congiunge e stringe in unità tutta la sua opera. Lo si rinviene in un endecasillabo di Amore della vita, così mirabilmente ed esemplarmente gattiano da poter essere assunto a cifra memorabile del suo universo poetico: “Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.” La dimensione dell’oltre occupa, in effetti, ogni piega di questa poesia, tanto che si può richiamare, per essa, limmagine mitica di Orfeo che si volta indietro per guardare Euridice e il regno delle anime.

Diversi tombeaux onorano la memoria dei congiunti, a cominciare dal fratello Gerardo, che aveva prematuramente inaugurato,nel 1925, i lutti di famiglia. La perdita del padre alimenta più di un testo di Morto ai paesi, mentre alla scomparsa della madre l’autore consacra un intera plaquette, in seguito posta a sigillo di Osteria flegrea, quasi a chiudere la raccolta nel segno della morte, Sotto i colpi della sepoltura. Ma di tombe, di ceneri, di bare, di sepolcri, di marmi, di lapidi, di ossari, è affollata tutta l’opera di Gatto: “un mondo sepolto” (Notte) di cui il poeta è l’officiante, sopravvissuto quasi unicamente per assolvere a compiti rituali. La memoria stessa si piega, nella poetica di Gatto, a funzioni di urna mortuaria, raccogliendo le spoglie di ciò che è stato e non è più, se i morti non tornano, come non tornano la fanciullezza spensierata e i suoi luoghi di paese. I giorni hanno per questo un sapore continuo di commiato, costellati come sono di ‘saluti’ dati per sempre. In questo senso, e solo in questo senso, si attaglia a Gatto la definizione di poeta degli addii, all’imbocco di una pista metafisica lungo la quale s’incontreranno, alle stazioni culminanti, il Congedo del viaggiatore cerimonioso di Caproni e il luziano Frasi e incisi di un canto salutare. Il viaggio per cui si parte ha in Gatto il senso, reale o simbolico, di un passare ad altra vita (Addio per un viaggio).

Quello che egli getta, perciò, elegiaco e fugace, su luoghi e stagioni, equivale all’ultimo sguardo, a trattenere, quasi, solo l’immagine del distacco, mentre tutto dilegua. In quanto contempla la morte, Gatto è spesso poeta di silenzi. Poche altre parole, in effetti, saprebbero vantare, nella sua opera poetica, un indice di frequenza alto quanto questo silenzio che convoca sulla pagina il mondo degli estinti. Di conseguenza, le voci intercettabili hanno l’esilità di un susurro che è una grazia se lambisce l’orecchio più attento (Idillio del piccolo morto). Si tratta, alla lettera, di flatus vocis, sull’orlo del silenzio di tomba in cui svaniscono. Si attaglia, perciò, alla poesia di Gatto la definizione di canto fioco, con riferimento, da un lato, alla pratica frequente di una metrica regolare incline alle misure brevi, d’impronta addirittura digiacomiana, ma soprattutto, dall’altro, alla provenienza, e quindi all’estrema labilità, di quelle voci, assimilabili all’ombra di Virgilio quale era apparsa a Dante sulla soglia dei regni ultraterreni, all’inizio del sacrato poema: “dinanzi a li occhi mi si fu offerto / chi per lungo silenzio parea fioco (Inf. I, 62-63). All’effetto concorre l’adozione preliminare di un’enorme distanza, quella che separa appunto la vita dalla morte. Avendo scelto di spingere lo sguardo, da vivo, verso ciò che sta oltre la vita, Gatto ha dovuto restituirci, prima di tutto, il senso stesso di un’incalcolabile lontananza dagli oggetti, che gli appaiono, come i Carri d’autunno, “eternamente remoti”.

Giusto la guerra ci sarebbe voluta, paradossalmente, per risvegliare in Gatto l’amore per la vita: una stagione fatalmente non duratura, essendo legata all’eccitazione molto contingente della lotta partigiana, ma che avrebbe lasciato un segno, se non altro, all’interno del Capo sulla neve, in versi di un turgore assolutamente inedito nella sua poesia, inclini come non mai all’eloquenza “epica e visionaria, all’afflato drammatico e al canto popolare”. Questa zona della produzione gattiana costituisce certamente il tributo più vistoso a quella nozione di poesia come fatto etico che tornerà, a distanza di tempo, nella Storia delle vittime, per una rilettura degli eventi dal basso, dalla parte dei poveri e degli ‘offesi’ di sempre; esegnatamente nei versi lapidaridi Fummo l’erba, testamento meritatamente famoso di un’intera generazione animata dall’ansia di non pronunciare mai una “parola che fosse meno che pura, seria, vera.”

Gatto ci ha lasciato, di sé, un Autoritratto (1955) in chiave di idiota dostoevskiano, dotato di “quell’arma di identificazione positiva che è la bontà quale forma suprema della ragione.” È in virtù di questa seconda natura che nella sua isola ideale il girovago poeta assume l’incombenza salvifica, orientativa e illuminante, di ‘guardiano del faro’, come nell’omonimo poemetto (altro impegnativo ‘esame di coscienza’) di Desinenze. Nell’alta solitudine del luogo rompe intermittente le tenebre il bagliore remoto della sua parola vindice e festosa, rivendicando l’esercizio di quella ‘innocenza’ che è appannaggio del principe Mysˇkin non più che di Gatto poeta.



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CORSO

Al crepuscolo la città s’incava nel cielo vuoto, ha una sua luce fredda ed incisiva in cui pesa reale e deserta: sembra che si affronti e si domini silenziosa. Ma repentinamente si disarticola nelle sue luci, s’apre a gridi nelle strade: perde la sua solitudine ed il cielo.
Si delude la speranza: al crepuscolo sentivo di divenire inanimato ed eterno, con la città giunto al silenzio, e liberato nel mio profilo come le montagne.
Ora, ripreso dal movimento, vivo: e senza distacco non mi posso vedere ed escludere. Perdo lo spazio nei luoghi, ed il silenzio e il suo infinito nelle occasioni del tempo: io stesso casuale in brevi sguardi di cose vere, in ascolto di voci. E sicuro di dubbi senza attenderli immanenti ed assoluti in un unico divieto. Sempre giungo al punto di risolvermi in un volto sereno e di temerlo: ricordo l’elezione perduta come una nascita in cui finalmente dovrò morire.


IDILLIO DEL PICCOLO MORTO

La villa silenziosa che raccoglie
dalla riviera docile i suoi lumi
scopre fluenti d’inquiete foglie
viali argentei, siderali fiumi.
In dolorosa esilità mi chiami,
piccolo morto intirizzito d’aria:
la notte calma con pazienti rami
il sonno bianco della Solitaria.
Ma nello slancio rapido dei pini
culmina il cielo delle vette, azzurro,
ed incantati tremano ai vicini
boschi dell’aria gli alberi al susurro
che ti lambisce in una vana pace.
Ora sei bianco e come inteso al vivo
della tua cieca trasparenza. Tace,
rannicchiato, l’erompere giulivo
d’una suprema volontà di spazio:
piccolo morto svincoli le forme
ora che s’è rinchiuso nel tuo strazio
in un silenzio intenso il mondo e dorme.
Esorbiti: cautela del tuo volto
l’aria trasale, illimpidita. Lento,
ripiegato su te, quasi in ascolto
del tuo silenzio, ti rassegni al vento.
Doloroso inesperto alla tua pena,
invaghito monotono di stento,
t’illumini di te: notte serena
spacca troni di roccia al firmamento.
Puro del cielo, e nell’odore stretto
al tuo respiro d’anima fiorita,
il mondo si rannicchia nel tuo petto
nel desiderio caldo della vita.
Così la strada addormentata sale
odorosa di tombe incontro all’aria
nuova del volto, al tuo dolore uguale
per ogni tempo che verrà. Non varia
luna al silenzio che stupì la bara.
Traforata da ruderi celesti
la notte stacca serenata e chiara
l’ora profonda: nel silenzio resti
come un’eco di foglie inquiete, rara.

(Da Isola, 1929-1932)


ALBA A SORRENTO

Al freddo stretto i limoni movevano la luna d’alba
prossima ad esalare scialba nel cielo dei portoni.
Sulla finestra a grate, tra i rami d’arancio
portava il vento uno slancio di polle rosate:
i gerani smorti dal gelo trepidavano d’aria
sotto l’arcata solitaria illuminata dal cielo.
Ai monti pallidi d’ali sorgevano voci remote,
per strada le ruote dei primi carri, i fanali
tenui nel vetro dell’aria, trasparenza del verde
fresco delle persiane; lungo i cancelli
il sole era un caldo cane addormentato tra i monelli.


ELEGIA

Padre vinto nel sonno
oscuro e lontano,
il bambino ti sveglia con la mano.
Ancora nato nel tuo sogno chiede
ricordo dell’età che ti correva
giovane agli occhi,
mesto al sollievo della sua sembianza
non vuole che tu creda
la morte buia nell’eternità.
Era così soave il cielo intorno,
a respiro e a cadenza della sera
tu mi portavi in braccio al sonno
fresco di primavera.
Forse è questo la morte, un ricordare
l’ultima voce che ci spense il giorno.


MORTO AI PAESI

Bambino festoso incontro alla strada
del giorno chiamato lungamente
sarò morto nel gioco dei paesi:
prima che la sera cada
porta a porta si sente
la quiete fresca del mare, stormire.
Il bambino festoso dove muore
nel suo grido fa sera
e nel silenzio trova bianco odore
di madre, la leggera
sembianza del suo volto.
Resta vergogna calda sulla fronte,
a rare
voci ritorna
lungo le porte ad ascoltare
il paese cantato sui carri.

(Da Morto ai paesi, 1933-1937)


POVERTÀ COME LA SERA

Torna povera d’amore
nel ricordo l’erba e a sera
reca solo quest’odore
della morta primavera,
questi prati freschi al velo
della corsa che negli occhi
dei bambini è quasi il cielo,
questo sogno che non tocchi
liberandolo in segreto
come l’aria dei tuoi colli.
Resti limpida se lieto
di tristezza e d’aria volli
povertà come la sera
per spogliarti sino al volto,
sino agli occhi in cui dispera
questa luce, se t’ascolto
vana ai limiti del cielo
nel clamore aperta e rosa
come nube che al suo gelo
torna vaga e si riposa.
Resti povera d’oblio
lungo il prato che al suo muro
di celeste imbianca, addio,
nel lasciarti anche il futuro
smemorata voce annotta.


SAN MARCO

Firenze grande e morta
nella sera e nel fiume,
una lapide effimera sia vento
al dolce nome, al grigio della porta.
Come rapida polvere un alone
fulvo di chiese brulica per l’agro
cielo serale e migra ove sia tomba
lieta degli anni a ricordarmi il mare.


SERA DI GUERRA

Quei giovani mortali
che tornano dal cielo
ora han deposto l’ali
e coprono d’un velo
dolcissimo la sera.
Era un sollievo chiaro
il mondo che s’annera
già docile nel raro
notturno d’una stella.
Era un respiro solo
la luce che cancella
in sé l’orma del volo.
Ed il paese al vento
notturno delle voci
mai fu così contento:
lontano alle sue foci
di canne era la luna
palustre sopra il mare
e bianche ad una ad una
sembravano tornare
le case aperte al cielo,
ai giovani mortali
che sciamano nel velo
azzurro dei fanali.


LELIO

La tua tomba, bambino,
vogliamo sia sbiancata
come una cameretta
e che vi sia un giardino
d’intorno e l’incantata
pace d’una zappetta.
Era un dolce rumore
che tu lasciavi al giorno
quel cernere la ghiaia
azzurra e al suo colore
trovar celeste intorno
la sera. Ora, che appaia
la luna e del suo vento
lasci più solo il mondo,
ci sembrerà d’udire
nell’aria il tuo lamento.
Era un tuo grido a fondo
l’infanzia, un rifiorire…
Inventaci la morte,
o bambino, i tuoi segni
come d’un gioco infranto
rimasero alla sorte
del vento, ai suoi disegni
di nuvole e di pianto.
Ogni giorno che passa
è un ricadere brullo
nell’ombra che c’invita.
Irrompi a testa bassa
nel ridere, fanciullo,
devastaci la vita
un’altra volta e vivi.

(Da Poesie 1929-1941)


IL CREPUSCOLO DI COMACCHIO

Più della grande libertà ci attrista
il cielo consumato ove la sera
attira i remiganti dell’estuario.
Libertà di soffrire e d’aver luce
impoverendo alla sua soglia, magri
nella magra dolente del crepuscolo
che finisce la terra sulle morte
acque del mare.
Fredda, al suo freddo intonaco murata,
ogni casa s’esalta allo squallore
di cui poi resta all’orizzonte sola.
Nelle valli salate fugge l’ombra
dell’ombra che furtiva già s’invola
falcando sul barchetto, quei fantasmi
battono l’orologio della torre.


SEGUENDO L’ERTA DI CONCA

Il mezzogiorno lastrica le mude
di calce spenta, mi sostiene il vago
terrore di mancare, così nude
le gambe irragionevoli che appago
del ricordo del sole, così mio
l’inganno di seguirle al tremolìo
dell’universo vuoto.
Nel precipizio del cadere immoto
la mia paura a strèpito del cuore.
Ad attrarmi così, nel lieve moto
di quegli aghi silenti, fu stupore
di vita la sembianza dell’addio
che a distinguere il volto mi trovavo.
Ero l’orma sparita nell’incavo
del segno, a rilevarmi dall’oblio
fu la musica torrida, la spera
d’un riverbero alato, la Chimera.


GLI OCCHI TRISTI

Le labbra inaridite, gli occhi tristi
nel lume fioco della stanza, al vetro
della sera t’attendo. Vivi, esisti
ma lontana, di freddo, eppure dietro
la tua nuca d’un soffio la mia mano
– io la ricordo, un soffio – a dirti amore
quasi svaniva, nevicava piano
l’azzurro d’ogni cosa, sul tuo cuore
ascoltavo la terra farsi grande.
Piuma di tenerezza dove sei?
Ora il silenzio chiude le domande
e la voce all’accorrere dei miei
passi risponde nulla a chi mi chiede
di te, di me. Di spalle sulla porta
a fermarla per sempre, e col mio piede
a battere, ripeto nulla, è morta.


QUALCOSA DA RICORDARE PER L’OBLIO

Trova il freddo randagio, la strada d’ogni dove,
la pergola di foglie sotto il cielo che piove.
Trova i poveri neri che succhiano nel moccio
il pensiero degli occhi. Nella polvere dura
che làstrica i sentieri, cerca ai segni di coccio
la sabbia delle mura, il ricordo del sole,
i lustri scarabocchi dell’umido, le viole.
Trova il tempo perduto, il tempo che risuscita
dall’attimo, dai cenni: la frana del caduto
che s’alza dai millenni, il marmo dei ginocchi.
Trova il silenzio, gli usci che fermano le soglie
e le soffitte agresti, i vimini, le foglie
dell’eterno raccolto, la foggia delle vesti
che strinsero quel volto di donna senza sguardo.
Trova il passo, il ritardo dell’ora che verrà
trova l’ansia dirotta che corre la città.
Trova l’odio, le stragi dell’eterno sterminio,
la funebre tradotta che lascia nei villaggi
i sassi delle croci, le svastiche di minio.
Trova le nostre voci,
il chiedere “che fai?” del non saper che fare,
quest’alito di piombo che aggriccia la salina
e sfanga contro i giunchi il nero dei vivai.
Trova la morte, il bombo rattratto di velina
e la gàrgia dei funghi, il brivido spettrale
delle bave dei fili che ragnano nel male.
Scopri il terrore uguale ai vermi più sottili
e nel freddo del cuore il nulla che l’agghiaccia.
Solo così l’amore avrà nelle tue braccia
la carità del buio. È stanco di vedere,
di battere il tripudio, il folle miserere
dell’inferno paziente gremito di figure,
delle lusinghe pure che accendono la mente.
È stanco dell’uscita, rientra nell’assetto
della sua forma eguale, alla spiga del petto.
Saranno al davanzale del giorno le domande,
il chiedere “ove vai?” del non saper restare,
la gracile scrittura che lega le ghirlande,
e lo sfascio del mare, la ràpida ventata
che ti rivolta indietro, sino all’ultimo vetro
di luce che s’oscura.
Perché tu sei creatura,
pianto creato, pianto che vive dei suoi occhi.
Da te non sai qual vento si leva, se ai rintocchi
del cielo il cielo è intento a mostrarti più sola.
Trova il freddo randagio, la timida parola,
la mano incerta, il fiore, il ridere di tutti
d’impaccio nelle prime schermaglie dell’amore.
Difendimi dai lutti perché mi sia vicina
la gloria, questa brina che si scioglie nel sole.
Ricorda per l’oblio. Sarà ogni volta addio.

(Da Poesie d’amore, 1941-’49, 1960-’72)


APOLOGO

I reclusi dipinti a ferro a ferro
d’ombra e di luce scesero cantando
nel mare, rinverdirono le case
alle finestre degli uccelli, ai fiori
rossi, ai numeri vasti delle navi.
Chi ricorda la vita mira in fondo
ai vicoli la luce, il brulichìo
delle vele nel porto, scende in lena
le gradinate dove batte l’onda.


HANNO SPARATO A MEZZANOTTE

Hanno sparato a mezzanotte, ho udito
il ragazzo cadere sulla neve
e la neve coprirlo senza un nome.
Guardare i morti alla città rimane
e illividire sotto il cielo. All’alba,
con la neve cadente dai frontoni,
dai fili neri, sempre più rovina
accasciata di schianto sulla madre
che carponi s’abbevera a quegli occhi
ghiacci del figlio, a quei capelli sciolti
nei fiumi azzurri della primavera.


IL COMPAGNO INVERNIZZI

Nella casa di Giorgio a San Vittore
a notte ci troviamo per dormire.
Nel togliersi le scarpe, il tappezziere
di Parigi, parlando al suo dolore,
ai piedi stanchi tutto il giorno, dice:
“vi metto in libertà”, poi dal piacere
di vivere ricorda che morire
càpita qualche volta. Con le grosse
calze di lana per la stanza in giro
abbozza la sua faccia: “questo” dice
del naso che si tocca “corre avanti
a fiutare il pericolo e la caccia”.
Nella cucina splende brutto umano
di tenerezza, alla sua lingua avvolge
il dito di polenta che gli fuma.
“A casa mia” si ferma, gli occhi tristi
che riprendono il riso “si sta bene”.


TORNANDO ALL’ALBA PER SAN VITTORE

Aspetti dai morti il consenso, la pietra che chiude la storia.
E nulla forse ha più senso, è solo un conto che torna
la prima stretta del gelo. Il cielo tramonta, ma aggiorna
sui vetri della prigione. Sono passati trent’anni,
vivesti d’amore, di danni felici. Il torto che opprime
è l’ansia d’avere ragione, e tu non l’avesti, perdevi.
Torni per l’alba di San Vittore,
torni a quel cielo che è solo il cielo.
Non hai che te – puoi dirlo – e la notizia d’essere un uomo.
Per ogni ferita che piano si chiude al suo stesso sigillo,
uno sgomento tranquillo. E con pudore la mano
s’apre sul marmo, ha le vene, le vene di tutte le pene.


FUMMO L’ERBA

Certo, certo, la gloria ch’ebbe un fuoco
di gioventù rimesta tra le ceneri
il suo tizzo orgoglioso, ma noi teneri
di noi non fummo, né prendemmo a gioco
la vita come un’ultima scommessa.
Noi, di quegli anni facili, all’azzardo
delle fiorite preferimmo il cardo
selvatico, le spine. Dalla ressa
del giubilo scampati al nostro intento
d’essere sole e pietra, nelle mani
segnammo la tenacia del domani
da scavare nel tempo. Nello stento
d’essere soli per vederci insieme
nell’eguale costrutto, fummo l’erba
che alla pietra nutrita si riserba
il suo cespo bruciato. Dalle estreme
radici, nell’impervio ogni parola
salì di quanto a trattenerla c’era
l’ansia d’averla pura, seria, vera
nel segno da rimuovere la sola
vergogna d’esser detta.
Salvammo nell’asciutto, dagli inviti
della corrente, il carcere incantato,
la nostra sete che ci tenne uniti.
Per un grido da rompere, il creato
ancora è il suo costrutto ove s’ostina
l’asino, il cardo, il segno della spina.

(Da La storia delle vittime, 1943-’47, 1963-’65)



ALLA FINESTRA

Nel largo delle nuvole e del mare
lo scalpito arioso d’un cavallo,
il bambino rigira la pianola
obliato negli occhi come gli angeli.
Morire è una stagione, un’aria, un cielo.



AT THE WINDOW

In the space of clouds and sea
The airy hoofing of a horse,
The child turns the pianola
dreamy in the eyes like an angel.
Dying is a season, an air, a sky.




COLPA

Alle mani di freddo la ringhiera
le scale in sogno,
ci parve l’ultima sera.
Io mi dicevo ch’ero stato buono
tutta la vita
ma a chiedere perdono
salivo in sogno.
Qualcosa nel mondo accadrà
per colpa dei nostri pensieri,
qualcosa nel mondo è accaduto
di quel che fummo ieri.
Credevo di portare in dono
le mani a dirmi ch’ero buono.
Erano là i più forti
forti dei nostri torti
i terribili morti.


SOLDATI

Al lampo delle ringhiere
fiammanti chicchirichì
i soldati dicono di sì
con tutti i piedi.
La chiave giusta
d’ogni suo dente
la chiave che gusta
il giro mordente
e terra ch’è terra
vivaddio d’un comando.
Solo una voce che non disse nulla
fu sola la voce, ma quando?
O voi che passate,
in ogni tempo una culla
porta un bambino innocente.
O voi che morite per niente,
fu sola la voce.
E chiodi e galli e patrie levate
e soldati di sì per una croce?


SICILIA 1948

I nostri paesi in guerra
si gemmano di sale.
Il cavaliere del cielo
è un’ombra sulla terra
del grande piazzale.
L’afa, una voce che s’è fermata:
la morte nera sboccata.
Il canto s’è visto tacere
il canto s’è visto cadere.
Sola con sé povera cosa
la morte afosa,
la morte che non riposa.
Viva il re.
Nei secoli fedele
la mosca sul miele.

(Da La forza degli occhi, 1950-1953)




NOTTURNO PER MONDRIAN

Più o meno,
croci armoniose
dell’alfabeto che non parla mai.
Di sé solo perfetto
cimitero di segni
l’infinito.



MONDRIAN NOTTURNO

More or less
Harmonious crosses
Of the alphabet that never speaks.
Of itself only perfect
Cemetery of signs
The infinite




AL MIO BAMBINO LEONE

Vedere ogni parola
che tu provi coi denti
battendo sugli accenti
il passo di vittoria,
vederti nella storia
di tutti col tuo cuore
innocente che sa,
forse è chiamarti, amore,
mia breve eternità.
Alla rissa veloce
correndo ti si spezza
l’occhio ridente, leggi
la tua limpida voce
ch’è scritta sulle cose:
parole vittoriose.
O ilare ai dispregi
del tuo cadere, acconcio
nella piccola mano
ch’è piena del tuo vólto,
tu fuggi la carezza
pietosa, godi il broncio
stretto a te solo, solo
a riprendere il volo.
Ed io ti guardo, ascolto
i tuoi pensieri, il nulla
sospetto che ti coglie
in mezzo al gioco. È brulla
la tua vita anche a te
nell’attimo che toglie
la certezza al tuo piede.
La vita come un fiato
sospeso ti richiama
al tuo breve passato,
ti dona ciò che chiede.
Non sei più solo, t’ama
chi ti porta con sé
parlando e rassicura
la tua lieta paura.


SOTTO I COLPI DELLA SEPOLTURA

Ora si muove il carro della frana
e l’annuncia gridando senza voce
madre, piccola madre, la tua vana
figura
alla giusta fermezza del muretto,
alla sera di pietra, ad ogni cosa
lieta di sé nel porgere l’usura
del tetto.
È il saldo della croce
alla terra compata, alla scodella.
Ogni cosa dicevi si fa bella
saldandosi al contento della cosa.
Al vivido ruinosa
scarica nell’abbaglio la sua frana
l’alpe silente.
Tu sei lontana,
porta chiusa, niente.
Morta senza voce.
È il saldo della croce.

(Da Osteria flegrea, 1954-1961)




VECCHIE TOMBE AL VERANO

Tenere d’ocra e d’erbe vecchie tombe
– le dicono “a scogliera” – del Verano.
Il mare è il tempo, s’odono le rombe
dei treni, qualche fischio da lontano.



THE OLD TOMBS AT VERANO

Tender of ochre and grasses
the old tombs
- they call them “cliff rows” – of Verano
The sea is the time, rumbles are heard
Of trains, some whistling from afar.




IL LUME A PETROLIO

Questo grigio d’opale d’ogni vuota
bottiglia che rammemora la luce,
e la sera si dedica all’ignota
che veglia la sua mano mentre cuce.
L’appannato liquore, un taglio obliquo
nel vetro, si consuma questa cera
d’impronte vane, resta un lume esiguo
di trasparenza per la notte nera.


CRATERE MARINO

Il nulla consumato come il tutto
d’un ceppo che rapprende tempo e scorza,
e la sabbia, la creta del costrutto
ch’è del deserto vivere la forza
obliosa, il ricordo, la stesura:
questo, ti dissi, bolla di cratere
e falcata marina, è l’occhio aperto
dal profondo alla mèsse di paura
che pùllula flessuosa dalle nere
pupille d’ogni germe, nell’incerto
guizzo di traccia al tremolìo silente.
Il tutto consumato come il niente,
l’essere a voce l’attimo che desta
il tonfo, la voragine del mare.
E l’uscire dal sòffoco di testa,
le mani tese quanto più sgomente.
Così la vita è sempre l’affermare
una salvezza disperata, urgente.


CHIESA VENEZIANA

Così, da sempre, come una memoria
che mai giunge a sbiadirsi, che mai perde
la traccia immaginosa, questa storia
di pietra e d’acqua, di laguna verde,
tratteggiata dai neri colombari
delle mura, da lapidi di rosa,
s’è fatta chiesa aperta agli estuari,
all’incrocio dei venti. Non riposa
mai tomba che non veda la sua morte
frangersi ancora contro il nero eterno.
E le gondole, battono alle porte
i lugubri mareggi dell’inverno.

(Da Rime di viaggio per la terra dipinta, 1968-1969)


NEL SILENZIO DEL SENESE

Dalla somma dei giorni per sottrarne
un giorno solo chiaro d’infinito,
cammino per le crete delle marne
pezzate d’ocra, strutte dall’attrito
dei venti nel silenzio del Senese.
A San Quirico d’Orcia la frittata
col pane, col biscotto delle chiese
accostate sull’uscio, la giuncata
di latte tra le foglie, magra, sciocca:
un sapore di fresco, quanto basta
per avere alle labbra sulla cocca
del tovagliolo il riso che sovrasta
l’aria, l’eterno fuso della spola
che trama e impaglia l’ora meridiana.
Come all’acqua che goccia sulla mola
s’affila il lustro dei coltelli, sgrana
la cascata di ghiaia le sue latte
splendenti, il rovinìo delle gelate.
Che sia fiero lo sguardo, forse batte
il cavallo dei secoli le date
delle lapidi incise nel baleno.
Forse giunge notizia dal sereno
di un grido che non s’ode e che ripete
di ghiaia in ghiaia il mormorio del Lete.


ISOLA

Avvicinarsi all’isola, a quel soffio
marino ch’è nel lascito del cielo,
e scoprirla di pietra, di silenzio
nell’agrore dell’erba, nel relitto
del làstrico squamato dai suoi scisti:
questo è rabbrividire sul mio nome
improvviso nel mònito del vento.
Più nessuno lo chiama, e l’esser solo
a scala del mio sorgere, riemerso
dal mio sparire all’avvistarmi, è spazio
che l’aperto raggiunge per fermare,
per chiudere alla stretta del suo scoglio.
Il viaggio, l’amore, in quell’arrivo
fermano il conto e il tempo, nello spazio
il nome nel raggiungermi mi chiude.

(Da Desinenze, 1974-1976)




Biography Cartouche:


Born in Salerno (S-W Italy) on 17 July 1909 from a family of sailors and small shipowners originally from Calabria, Gatto had a rather adventurous life which ended abruptly in Orbetello (Tuscany) in 1976 with a car accident.
Journalist and teacher, the poet collaborated with various cultural journals and progressive magazines. He was arrested and imprisoned during Fascism in 1934, for political opposition to the regime; lived in Florence, Milan, Rome, Turin and Venice.
Gatto had profound hermetic ties in his poetry, later moving on to disenchanted, evocative lyricism, formally refined and with a moral/civic background. He was attentive to existential problems, although maintaining a tenacious flavour of pessimism often evident in his imagery of death.


BIBLIOGRAPHY:
Isola, Libreria del Novecento-Napoli 1932
Morto ai paesi, Guanda-Modena 1937
Poesie, Milan 1939 Vallecchi-Firenze 1943
L'Allodola, Scheiwiller-1943
Amore della vita, Rosa & Ballo-Milan 1944
Il sigaro di fuoco (Poems for children) Bompiani-Milan 1945
Il capo sulla neve, Milan-Sera 1949
Nuove poesie, Mondadori-Milan 1950
La madre e la morte, Critone-Lecce 1950
La forza degli occhi, Milan 1954
Poesie, Milan 1961
Osteria Flegrea, Milan 1962
Il vaporetto (Poems for children), Nuova Accademia-Milan 1963
Desinenze, Mondadori-Milan 1977


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