~ I madrigali di Torquato Tasso

Torquato Tasso (Sorrento, 1544 - Roma 1595), uno dei maggiori poeti lirici italiani, è autore, fra le altre cose, della Gerusalemme liberata e dell'Aminta.


Torquato Tasso


IL TESTO

«Più ancora del sonetto» osserva il critico Hugo Friedrich «il madrigale è quell'espressione poetica per mezzo della quale il Tasso condusse la lirica italiana in un nuovo giardino incantato». Caratterizzate da una grande libertà metrica, sia nell'alternanza di endecasillabi e settenari, sia nel gioco mutevole delle rime, queste brevi composizioni si possono considerare come un paradigma della poesia manierista. La struttura trecentesca in quartine o terzine, da decenni ormai in disuso, è definitivamente dissolta in una struttura che è anzitutto musicale e poi semantica, dove la forma del contenuto passa spesso in secondo piano rispetto al fluire delle immagini acustiche, ed è comunque sempre omogenea ad esse.

Non è questo il luogo per approfondire l'analisi della lirica di Tasso: basti esaminare brevemente un testo a caso, ad esempio l'ultimo madrigale della nostra selezione (Voi la bocca rosata...). Il primo verso sta a sé, in quanto è l'unico che non rima con nessun altro, ma nello stesso tempo è collegato al secondo dal chiasmo "bocca rosata - rosate guance". Questa immagine speculare all'inizio del testo viene riconfermata immediatamente dalla struttura metrica del madrigale ai versi 2-9: per due volte abbiamo infatti la successione "endecasillabo settenario - settenario endecasillabo", la prima volta a formare una quartina a rime baciate, la seconda una quartina a rime incrociate che rafforza ancor più questo gioco di specchi. E seguendo le sottili variazioni musicali del testo quasi sfugge il fatto che anche a livello del contenuto tutto si basa su un'immagine speculare: il bianco corporeo della donna che rispecchia il bianco spirituale della sua fede. Vista la concettosità e la convenzionalità del contenuto immediato, è certo una fortuna che la musica dei versi riesca in qualche modo a nasconderlo e a dargli altre chiavi di lettura. Un esempio, questo, di come l'elemento ludico combinatorio sia estremamente importante nella realizzazione di un testo poetico.

Ma certamente il valore dei madrigali di Torquato Tasso non si esaurisce nella loro perfezione tecnica. Molti di essi, da considerarsi dei capolavori assoluti, introducono temi e motivi che rivelano nuovi atteggiamenti culturali e un vero e proprio mutamento di episteme. La natura che diviene protagonista (Tacciono i boschi e i fiumi...), la particolare sensibilità notturna (Al lume de le stelle...), l'uso di un espediente retorico come la "domanda lirica" (Qual rugiada o qual pianto...?), sono tutti segni di una misteriosa trasformazione che sta avvenendo nell'atteggiamento culturale degli uomini, ma di cui non si riesce a intravedere l'esito. E forse giocare con le frasi e le parole è anche un modo per razionalizzare ed esorcizzare questo mistero.





    Ecco mormorar l'onde
    e tremolar le fronde
    a l'aura mattutina e gli arboscelli,
    e sovra i verdi rami i vaghi augelli
    cantar soavemente
    e rider l'orïente:
    ecco già l'alba appare
    e si specchia nel mare,
    e rasserena il cielo
    e le campagne imperla il dolce gelo,
    e gli alti monti indora.
    O bella e vaga Aurora,
    l'aura è tua messaggera, e tu de l'aura
    ch'ogni arso cor ristaura.


    ***

    Se taccio, il duol s'avanza;
    se parlo, accresco l'ira,
    donna bella e crudel, che mi martira.
    Ma prendo alfin speranza
    che l'umiltà vi pieghi,
    ché nel silenzio ancor son voci e preghi.
    E prego Amor che spieghi
    nel mio doglioso aspetto
    con lettre di pietà l'occulto affetto.


    ***

    Mentre in grembo a la madre Amore un giorno
    dolcemente dormiva,
    una zanzara zufolava intorno
    per quella dolce riva;
    disse allor, desto a quel sussurro, Amore:
    «Da sì picciola forma
    com'esce sì gran voce e tal rumore
    che sveglia ogun che dorma?»
    Con maniere vezzose
    lusingandogli il sonno col suo canto
    Venere gli rispose:
    «E tu picciolo sei,
    ma pur gli uomini in terra col tuo pianto
    e 'n ciel desti gli dèi».


    ***

    Qual rugiada o qual pianto,
    quai lagrime eran quelle
    che sparger vidi dal notturno manto
    e dal candido volto de le stelle?
    E perché seminò la bianca luna
    di cristalline stille un puro nembo
    a l'erba fresca in grembo?
    Perché ne l'aria bruna
    s'udìan, quasi dolendo, intorno intorno
    gir l'aure insino al giorno?
    Fûr segni forse de la tua partita,
    vita de la mia vita?


    ***

    Soavissimo canto
    oh pur t'oda una volta
    e poi mi stilli in lagrimoso pianto!
    Felice chi t'ascolta,
    felice chi risguarda
    la rosa, onde tu spiri, ancor non còlta!
    Felice sì, ma tarda
    fôra la sorte mia
    fra quel sì dolce odore e l'armonia.


    ***

    Baci, sussurri e vezzi,
    sospir tronchi e parole
    raddoppia a cento a cento, o bella Iole,
    raddoppia a mille a mille:
    sian più de le faville,
    più de' lumi che gira
    il ciel quand'ei d'Amore i furti mira.


    ***

    Tacciono i boschi e i fiumi
    e 'l mar senza onda giace;
    ne le spelonche i venti han tregua e pace,
    e ne la notte bruna
    alto silenzio fa la bianca luna;
    e noi tegnamo ascose
    le dolcezze amorose:
    Amor non parli o spiri,
    sien muti i baci e muti i miei sospiri.


    ***

    Non sono in queste rive
    fiori così vermigli
    come le labbra de la donna mia,
    né 'l suon de l'aure estive
    tra fonti e rose e gigli
    fa del suo canto più dolce armonia.
    Canto che m'ardi e piaci,
    t'interrompano solo i nostri baci!


    ***

    Porti la notte il sole
    e la candida luna il giorno apporte,
    e 'l nascer lutto, e gran piacer la morte:
    porti la state il gelo
    e dolci frutti il verno,
    e il ciel diventi a noi l'orrido inferno,
    anzi l'inferno il cielo:
    rompa sue leggi la natura e 'l fato
    poi che le rompe Amore,
    e premio è crudeltà d'un fedel core
    e pietà d'uno ingrato.


    ***

    Non è questo un morire,
    immortal Margherita,
    ma un passar anzi tempo a l'altra vita:
    né de l'ignota via
    duol ti scolori o tema,
    ma sol pietà per la partenza estrema.
    Di noi pensosa e pia,
    di te lieta e sicura,
    t'accommiati dal mondo, anima pura.


    ***

    Ore, fermate il volo
    nel lucido oriente,
    mentre se 'n vola il ciel rapidamente:
    e carolando intorno
    a l'alba mattutina
    ch'esce da la marina,
    l'umana vita ritardate e 'l giorno.
    E voi, Aure veloci,
    portate i miei sospiri
    là dove Laura spiri:
    e riportate a me sue chiare voci,
    sì ch'io l'ascolti io solo,
    sol voi presenti e 'l signor nostro Amore,
    Aure soavi ed Ore.


    ***

    Io non posso gioire
    lunge da voi, che siete il mio desire;
    ma 'l mio pensier fallace
    passa monti e campagne e mari e fiumi;
    e m'avvicina e sface
    al dolce foco de' be' vostri lumi;
    e 'l languir sì mi piace
    ch'infinito diletto ho nel martire.


    ***

    Già non son io contento
    lunge da voi, che siete il mio tormento,
    in così dolce modo
    m'arde il pensier; ma s'egli a voi mi giunge
    io vi rimiro ed odo
    allora più vicin che son più lunge,
    ed amo ed ardo e godo
    più del mio foco se maggior il sento.


    ***

    Come vivrò ne le mie pene, Amore,
    sì lunge dal mio core,
    se la dolce memoria non m'aita
    di lei ch'è la mia vita?
    Dolce memoria e spene,
    imaginata vista e caro obietto,
    voi siete il mio diletto
    la mia vita e 'l mio bene;
    ma pur mezzo son io tra morto e vivo,
    poi che del cor son privo.


    ***

    Se 'l mio core è con voi, come desia,
    dov'è l'anima mia?
    Credo sia col pensiero: e 'l pensier vago
    è con la bella imago;
    e l'imagine bella
    de la vostra bellezza è ne la mente
    viva e vera e presente
    e vi spira e favella:
    ma pur senza il mio core è la mia vita
    dolente e sbigottita.


    ***

    Non è questa la mano
    che tante e sì mortali
    avventò nel mio cor fiammelle e strali?
    Ecco che pur si trova
    fra le mie man ristretta
    né forza od arte per fuggir le giova,
    né tien face o saetta
    che da me la difenda.
    Giusto è ben ch'io ne prenda,
    Amor, qualche vendetta,
    e se piaghe mi diè baci le renda.


    ***

    Amor l'alma m'allaccia
    di dolci aspre catene:
    non mi doglio io per ciò, ma ben l'accuso
    che mi leghi ed affrene
    la lingua a ciò ch'io taccia
    anzi a madonna timido e confuso
    e 'n mia ragion deluso.
    Sciogli, pietoso Amore,
    la lingua, e se non vuoi
    che mi stringa un sol men de' lacci tuoi
    tanti n'aggiungi in quella vece al core.


    ***

    Lunge da voi, ben mio,
    non ho vita né core e non son io.
    Non sono, oimè!, non sono
    quel ch'altra volta fui, ma un'ombra mesta,
    un lagrimevol suono,
    una voce dolente; e ciò mi resta
    solo per vostro dono:
    ma resta il male onde morir desio.


    ***

    Lunge da voi, mio core,
    mille volte m'uccide il mio dolore.
    Perché la mia partita
    mi tolse l'alma; e s'io ripenso in lei
    mi ritoglie la vita,
    e tutti sono morti i pensier miei.
    Oh miseria infinita!
    E' quel felice ch'una volta more.


    ***

    Poiché madonna sdegna,
    fuor d'ogni suo costume,
    volger in me de' suoi begli occhi il sole,
    qualch'arte, Amor, m'insegna,
    ond'io del vago lume
    alcun bel raggio ascosamente invole:
    né giusto fia che teco ella se 'n doglia;
    ché, se furommi il core,
    fia 'l mio furto minore
    quando in dolce vendetta un guardo i' toglia.


    ***

    Mentre nubi di sdegno
    fra' vostri occhi e 'l mio core
    fûro interposte, egli soffrì l'ardore.
    Or che chiaro si gira
    il sol di quei bei lumi
    forz'è che si consumi
    l'anima esposta a sì gran foco ignuda.
    Poiché dunque può l'ira
    temprar sì ardente face
    più che pietà non face,
    siatemi, prego, per pietà più cruda.


    ***

    Disdegno e gelosia,
    vostri custodi, donna, e miei nemici,
    fan gli occhi miei famelici e mendici.
    Ed insieme col raggio
    de' bei vostr'occhi i bei cortesi detti
    pien di spirti e d'affetti
    mi toglie de' duo dardi il doppio oltraggio:
    ond'io, lasso, d'intorno
    a le guardate mura
    erro la notte solitario e il giorno,
    qual cacciator ch'insidi
    d'errante fera i boscherecci nidi.
    Ma non vuol mia ventura
    ch'involi senza pena; onde divegno
    preda di predator, d'arciero il segno.


    ***

    Donna, quanto più a dentro
    conobbi il vostro core,
    tanto a darvi credenza io son più tardo,
    né stimo quel di fòre:
    io dico un vago inchino, un dolce sguardo,
    un dir: «Nel foco io ardo»,
    un scolorir di viso,
    un dolente sospiro, un lieto riso.


    ***

    A chi creder degg'io
    se vani sono i detti
    e 'l vento se ne porta le parole?
    Non a le voci sole
    che scompagnate sian da veri effetti,
    Amor, crederò mai;
    ma tanto or temo, quanto già sperai.
    Amor, se vuoi ch'io creda,
    convien che 'l core altrui ne' fatti veda.


    ***

    Donna, sete ben degna
    che di mugghiar per voi con bianco pelo
    non sdegni fra gli armenti il re del cielo;
    e sete degna ancora
    che la sua bella sposa
    sia per voi sì gelosa,
    come per lei che 'l grand'Egitto adora.
    Così potessi anch'io
    in voi tant'occhi aprire
    quanti Argo aperse in Io,
    per appagar, mirando, il mio desire;
    però che i miei due soli
    non veggon tutti i rai de' vostri soli.


    ***

    Non fonte o fiume od aura
    odo in più dolce suon di quel di Laura;
    né 'n lauro o 'n pino o 'n mirto
    mormorar s'udì mai più dolce spirto.
    O felice a cui spira,
    e quel beato che per lei sospira!
    ché se gl'inspira il core,
    puote al ciel aspirar col suo valore.


    ***

    Messaggera de l'alba
    è quest'aura terrena
    e torbida talor, talor serena:
    Laura mia par celeste,
    così bella io la veggio
    dopo l'aurora in fresco e verde seggio:
    di fior l'una riveste
    il dilettoso aprile,
    l'altra fiorir fa l'amoroso stile.


    ***

    Tu furi i dolci odori
    a' ligustri ed a' gigli,
    o mobil aura, ed a' bei fior vermigli;
    ma li comparte l'auro
    di Laura mia gradita:
    tu segui il sol, da Febo ella è seguita.
    Ah! non la volga in lauro
    del ciel pietate o sdegno,
    ché di sì bella pianta è 'l bosco indegno.


    *** Ogni pianta gentile
    al novello apparir del chiaro sole
    farsi più vaga suole,
    ogni fronda allegrarsi, e 'n ogni ramo
    sovra i lucidi rivi
    cantano in dolci modi: «Io amo, io amo»
    gli augelletti lascivi;
    e le meste sorelle
    spargon lagrime al sole ancor più belle.
    Ma solo il sol più lieto
    par de la vista del mio bel Laureto.


    ***

    La giovinetta scorza
    ch'involge il tronco e i rami
    d'un verde lauro, Amor vuol ch'io sempre ami:
    e le tenere fronde
    fra cui vaghi concenti
    fan gli augelletti al mormorar de' venti,
    e l'ombra fresca e lieta
    che da le foglie acerbe
    cade co' dolci sonni in grembo a l'erbe.
    Quivi le rete asconde,
    né 'n parte più secreta,
    stanco di saettare, Amor s'acqueta.


    ***

    Sovra le verdi chiome
    di questo novo lauro, udite come
    de' canori augelletti
    altri scherzando van di ramo in ramo
    cantando «Io t'amo, io t'amo»;
    ed ei par gli risponda
    col dolce mormorio
    de la tremante fronda
    «Sì, sì, che v'amo anch'io»;
    ed altri vezzosetti
    cantano «Quivi, quivi»,
    quasi vogliano dire: «I questi rivi
    o intorno a queste linfe
    ti vagheggian le ninfe».


    ***

    Felice primavera
    di bei pensier fiorisce nel mio core
    novo lauro d'amore
    a cui ride la terra e il ciel d'intorno,
    e di bel manto adorno
    di giacinti e viole il Po si veste:
    danzan le ninfe oneste e i pastorelli
    e i sussurranti augelli in fra le fronde
    al mormorar de l'onde: e vaghi fiori
    donan le Grazie a i pargoletti Amori.


    ***

    Giamai più dolce raggio
    non spiega il sole in un fiorito maggio
    di quel che le tue rose e i tuoi ligustri
    fa sì chiari ed illustri:
    né caggiono giamai la state e 'l verno,
    tal ch'hai l'aprile eterno:
    perpetua primavera hai nel bel viso
    e 'l sole è il dolce riso.


    ***

    Al lume de le stelle
    Tirsi sotto un alloro
    si dolea lagrimando in questi accenti:
    «O celesti facelle,
    di lei ch'amo ed adoro
    rassomigliate voi gli occhi lucenti:
    luci serene e liete,
    sento la fiamma lor mentre splendete».


    ***

    Io vidi già sotto l'ardente sole
    discoloriti i fiori
    come la mia Licori:
    come i gigli del volto e le viole
    che d'irrigar desio
    con lagrimoso rio,
    e seco insieme impallidir anch'io,
    seco mutar sembiante,
    aventuroso amante.


    ***

    Vita de la mia vita,
    tu mi somigli pallidetta oliva
    o rosa scolorita;
    né di beltà sei priva,
    ma in ogni aspetto tu mi sei gradita,
    o lusinghiera o schiva;
    e se mi segui o fuggi
    soavemente mi consumi e struggi.


    ***

    Donna, il bel vetro tondo
    che ti mostra le perle e gli ostri e gli ori
    in cui tu di te stessa t'innamori,
    è l'effigie del mondo,
    che quanto in lui riluce
    raggio ed imago è sol de la tua luce.
    Or chi de l'universo
    può i pregi annoverar sì vari e tanti,
    quegli audace si vanti
    di stringer le tue lodi in prosa e 'n verso.


    ***

    Desio se desiai,
    ardo se arsi: e nel medesmo core
    sento gran fiamma e pur non sento amore;
    ch'amore è morto, e preso il mio disdegno
    ha la corona e 'l regno;
    e ne l'istesso loco
    il fabro e la fucina
    e gli strali ch'affina:
    e tutte l'arme son di vivo foco.


    ***

    Donna, chi vi colora
    come vermiglia e mattutina aurora?
    forse è piacer che 'l volto
    così v'orna e dipinge,
    star non potendo dentro 'l core accolto?
    o vergogna che tinge
    il candor de la fede
    che per difetto rosseggiar si vede?
    Ma qualunque tu sia,
    color soave de la donna mia,
    per te la colpa ancor bella saria.


    ***

    Come sia Proteo o mago
    il bello si trasforma e cangia imago:
    or si fa bianco, or nero
    in duo begli occhi, or mansueto or fero;
    ora in vaghi zaffiri
    fa con Amor soavi e lieti giri,
    or s'imperla or s'inostra,
    or ne le rose ed or ne le viole
    d'un bel viso ei si mostra,
    ora stella somiglia, or luna, or sole:
    talor per gran ventura
    egli par il Silenzio a notte oscura.


    ***

    E' la bellezza un raggio
    di chiarissima luce
    che non si può ridir quanto riluce
    né pur quel ch'ella sia.
    Chi dipinger desia
    il bel con sue parole e i suoi colori,
    se può dipinga il sol e no 'l contempre
    sì ch'ei n'abbagli e stempre,
    né sian l'ombre il suo velo
    ma vive carte e l'oriente il cielo.


    ***

    O via più bianca e fredda
    di lei che spesso fa parer men belle
    col suo splendor le stelle;
    turba il suo puro argento
    o nube o pioggia o vento,
    nulla il tuo bel candore e i vaghi giri.
    E s'in me lieta miri,
    sia la mia vita un sogno ed io contento.


    ***

    Quella candida mano
    che le parole scrisse,
    l'aventò poi volando e mi trafisse:
    ed io medesmo accolsi
    le dolci parolette,
    anzi pur le saette
    temprate nel dolcissimo veleno,
    e ponendo le fiamme e 'l foco in seno
    d'arder mi piacque e nel piacer mi dolsi.


    ***

    Già tu volasti quattro volte e sei
    in quel petto sì molle,
    vaga farfalla: or morta al lume sei.
    Non bramo io luce, né son tanto folle,
    ma la morte vorrei
    dove fortuna darla a te non volle.
    O dolce chiuder gli occhi,
    s'avverrà che spirare in lui mi tocchi!


    ***

    Quanto voi sete bella
    tanto son io geloso,
    tal che, donna, sperar di voi non oso.
    E per fuggir dal mio crudel martire
    e da la pena ria
    fuggo la vita mia,
    ma non lascio però la gelosia.
    Qual rimedio è 'l partire
    se non basta il morire?


    ***

    Se acuti e duri strali
    fossero queste spine,
    e tutte queste fronde e questi fiori
    paresser vive fiamme e vivi ardori,
    il frondoso confine
    tenteria di passar la destra ardita,
    senza temer di foco o di ferita,
    sol per toccarti, or che non vede alcuno,
    tra sì bel verde e bruno.


    ***

    Siepe, che gli orti vaghi
    e me da me dividi,
    sì bella rosa in te giamai non vidi
    com'è la donna mia
    bella, amorosa e pia:
    e mentr'io stendo sovra te la mano
    la mi stringe pian piano.


    ***

    Ne i vostri dolci baci
    de l'api è il dolce mele
    e v'è l'ago de l'api aspro crudele:
    dunque addolcito e punto
    da voi parto in un punto.


    ***

    Né dolce umor che nobil canna asconde,
    né soavi licori
    trasser l'api giamai da' vaghi fiori,
    né rugiada celeste
    piove in tenere fronde,
    com'io furai da queste
    vermiglie e vaghe rose.
    Datemi un bacio ancor, labra amorose!
    Ma volete ch'io torni a' furti miei?
    Io tornerò, ch'in voi morir vorrei
    per furto o per rapina,
    se 'l ciel sì nobil morte mi destina.


    ***

    Soavissimo bacio,
    del mio lungo servir con tanta fede
    dolcissima mercede!
    Felicissimo ardire
    de la man che vi tocca
    tutta tremante il delicato seno,
    mentre di bocca in bocca
    l'anima per dolcezza allor vien meno!


    ***

    «O verdi selve, o dolci fonti, o rivi,
    o luoghi ermi e selvaggi,
    pini, abeti, ginepri, allori e faggi:
    o vaghi augelli semplici e lascivi,
    eco, e tu che rispondi al mio lamento,
    chi può dar fine a sì crudel fortuna?»
    Una: «Dunque sol una,
    e fa così lacrimevol concento?»
    Cento: «Non son già cento e pur son molte
    in bella festa accolte:
    come una potrà dunque il mal fornire?»
    Ire: «Per ira mia né per dispetto
    non avrà fine amor nel nostro petto».


    ***

    Mentre angoscia e dolore
    e spavento e timore
    sono intorno al mio core afflitto e stanco,
    vestitevi di bianco,
    o miei negri pensieri:
    del candor de la fede,
    ch'ove s'uccide più forte rinasce,
    siano le vostre fasce.
    O miei fidi guerrieri,
    su, su, veloci e pronti
    prendete i passi ed ingombrate i monti.


    ***

    Nave in mar, segno in torre
    ch'in alto è fisso e si rivolge intorno
    a' venti notte e giorno,
    somiglia il mio pensiero,
    e d'instabile augel costante arciero
    e stella in cielo errante
    par la costanza mia fatta incostante.


    ***

    Quella candida mano
    ch'a mezzo il verno i vaghi fiori accinse,
    me con leggiadri nodi ancora strinse.
    Deh! s'un medesmo fato
    hanno i bei fiori ed io,
    non bramo di morir se non legato,
    ma 'n sì bel petto di morir desio.


    ***

    Letto è questo d'Amore o pur di Flora
    che di sua man l'infiora,
    e scelse in queste ombrose verdi rive
    fiori azzurri e vermigli,
    viole perse e gialle e bianchi gigli
    nutriti dolcemente a l'aure estive:
    ma fu così dipinto
    che 'l piacer del mirare il sonno ha vinto.


    ***

    Non può l'angusto loco
    tra pini abeti e faggi
    celare i vostri puri e lieti raggi
    e 'l dolce e vivo foco:
    e chi nasconde il sole
    perché non splenda fuor com'egli suole?
    Occhi graditi e cari,
    occhi sereni e chiari,
    voi somigliar sovente
    fate quest'umil villa un oriente.


    ***

    Donna lunge da voi
    vivo del mio dolore,
    né manca il cibo con la vita al core;
    perché da voi deriva,
    e pare un fiume senza fondo o riva:
    voi siete il fonte, e 'l rio
    de la vostra bellezza è 'l pianto mio.


    ***

    O dolci lagrimette,
    che già la donna mia da' suoi begli occhi,
    quasi nembo che fiocchi,
    sparse in quest'odorato e bianco lino!
    Misero peregrino,
    questo sol meco io porto e solo io tegno,
    caro mio sì, ma non felice pegno,
    perché n'asciughi i lumi
    e ne pianga lontano e mi consumi.


    ***

    Come cristallo in monte
    L'orgoglio in voi s'indura,
    donna bella e crudele oltra misura.
    In me l'amore affina
    come or lucente in fiamma,
    e se gela il cor vostro, il mio s'infiamma.
    Né quella algente brina
    struggo però, ma ne l'istesso loco
    manterrà fede eterna al gelo il foco.


    ***

    Gioco d'Amor son io
    lieto e dolente come vuol la sorte,
    e 'l campo è questa corte
    che del mio duol si ride e del mio scorno.
    E' paleo la mia vita
    che rota intorno intorno
    veloce più quant'ella è più ferita,
    e fa con mille giri
    ciascun meravigliar che la rimiri:
    egli è 'l fanciul che scherza,
    e 'l suo lungo disdegno è la sua sferza.


    ***

    Donna, se dopo tanti e tanti torti
    che voi m'avete fatti, a me chiedete
    lagrimando perdono
    con modi così dolci e così accorti,
    da me perdono avrete,
    se darlo un servo può, ché servo i' sono
    e voi mia donna sete:
    ma che poss'io se pur alcun v'incolpa?
    torvi posso la pena e non la colpa.


    ***

    Voi bramate, ben mio,
    che m'uccida il dolore,
    però crescete pena in questo core:
    ma pur mentre mi doglio,
    sento un piacer sì novo
    del piacer che vi porge il mio cordoglio,
    oh maraviglia!, e quasi avien ch'allora
    per doglia no, ma per diletto io mora.


    ***

    Cantava in riva al fiume
    Tirsi d'Eleonora,
    e rispondean le selve e l'onde «onora».
    E parea mormorando
    dir l'ôra «ora ch'appare,
    l'aurora par che lieta esca dal mare:
    or chi l'onora amando?»
    E l'acque insieme e i rami
    «or chi fia che l'onori e che non l'ami?»


    ***

    In un fonte tranquillo
    si specchiava Neera,
    e Tirsi le dicea piangendo intanto:
    «Mentr'io così mi stillo,
    ninfa selvaggia e fera,
    spero fontana divenir di pianto:
    allora in me vedrete
    quanto voi bella e quanto cruda sete».


    ***

    Dolcemente dormiva la mia Clori,
    e 'ntorno al suo bel volto
    givan scherzando i pargoletti Amori.
    Mirav'io, da me tolto,
    con gran diletto lei,
    quando dir mi sentii: «Stolto, che fai?
    Tempo perduto non s'acquista mai».
    Allor io mi chinai così pian piano,
    e baciandole il viso
    provai quanta dolcezza ha il paradiso.


    ***

    A l'ombra de le piante
    fur le prime parole
    de' fidi amanti, e non li udiva il sole,
    ma nel silenzio de l'amica luna
    la notte oscura e bruna:
    così fur testimoni a' nostri amori
    in ciel le vaghe stelle e 'n terra i fiori.
    Stelle, io giuro per voi, fiori, erbe e foglie,
    che più son le mie voglie.


    ***

    O vaga tortorella,
    tu la tua compagnia
    ed io piango colei che non fu mia.
    Misera vedovella,
    tu sovra il nudo ramo,
    a piè del secco tronco io la richiamo:
    ma l'aura solo e 'l vento
    risponde mormorando al mio lamento.


    ***

    Questa vita è la selva, il verde e l'ombra
    son fallaci speranze, e son le reti
    piacer dolci e secreti,
    e sono ispidi dumi
    crude voglie e costumi:
    la fera è la mia donna, Amor l'arciero,
    il veltro il mio pensiero.
    Ella ratta se 'n va senza ritegno,
    né fugge per timor ma per disdegno,
    non servitù ma pace:
    e quanto è più superba è più fugace.


    ***

    A la mia bella Clori
    fioriscan selve e dumi
    e corran latte i rivi e mele i fiumi;
    e senza ardire e gelo
    rida la terra e 'l cielo:
    l'indori Amor gli strali,
    temprando i fochi al ventilar de l'ali.


    ***

    E' lieta primavera
    ove Filli si mostri
    ne gli ombrosi fioriti e verdi chiostri;
    paion l'erbe smeraldi e gemme i fiori,
    cristalli i fiumi e i fonti;
    son coronati i monti
    di verdi mirti e di frondosi allori:
    ma dove ella se 'n fugge,
    il lieto e 'l verde si consuma e strugge.


    ***

    Già mi dolsi, or mi godo:
    ma se 'l piacer m'ancide,
    torni il dolore e la mia vita affide.
    Torni il mio duolo, e ceda
    poscia al nuovo diletto il core in preda:
    così nel giro alterno
    faccia la doglia il mio gioire eterno.


    A la signora Tarquinia Molza
    la qual studiando la sfera
    andava la sera a contemplar le stelle.

    Tarquinia, se rimiri
    i bei celesti giri,
    il cielo esser vorrei;
    perché ne gli occhi miei
    fisso tu rivolgessi
    le tue dolci faville,
    io vagheggiar potessi
    mille bellezze tue con luci mille


    ***

    La bella pargoletta
    ch'ancor non sente Amore
    né pur noto ha per fama il suo valore,
    co' begli occhi saetta
    e col soave riso:
    né s'accorge che l'arme ha nel bel viso.
    Qual colpa ha nel morire
    de la trafitta gente
    se non sa di ferire?
    O bellezza omicida ed innocente,
    tempo è ch'Amor ti mostri
    omai ne le tue piaghe i dolor nostri.


    Sopra la voce del Brancaccio.

    Mentre in voci canore
    i vaghi spirti scioglie,
    Giulio tempra in ciel l'aure, in noi le voglie.
    Si placa l'aura, e 'l vento
    placido mormorando
    risuona, e van tuoni e procelle in bando:
    un interno contento
    n'accorda anco ne' petti
    e i membri acqueta da' soverchi affetti;
    e se pur desta amore,
    gli dà misura e norma
    col suon veloce e tardo e quasi forma.


    ***

    Mentre in concento alterno
    canta Anna teco e teco Laura a prova,
    sue liti Febo con Amor rinova:
    ché Febo le tue note,
    spira lor voce Amore,
    e rende questo e quel del suo furore
    palesi in voi le meraviglie ignote.
    Tu perché Febo il vanto
    ne la tenzon seconda
    riporti, i sensi vaghi, il cor circonda
    de la dolcezza del tuo proprio canto;
    ch'a la dolcezza esterna
    ti farà quasi sordo al suo diletto,
    novo Narciso al suon, non a l'aspetto.


    ***

    Chiudi, deh, chiudi al canto
    gli orecchi e indura il core,
    che non ricetti i messagger d'Amore!
    Ché se di fuor s'aggira
    quel ch'i sensi lusinga,
    pur che l'alma non stringa,
    sol per breve vaghezza ella sospira.
    Ma chi il varco precide?
    L'uno a l'altro desio,
    benché fuga ed oblio
    son più sicuri ov'Amor canta e ride.
    Fuggi; o t'inaspri tanto
    sdegno e 'n sì dure tempre,
    che per dolcezza il cor non si distempre.


    ***

    Quando miro le stelle,
    «S'aman» dico «là suso:
    aprasi la prigione ove son chiuso,
    quella in cui da natura
    l'anima pargoletta
    fu con gentili e cari nodi astretta».
    Ma, quando via più belle
    vostre luci rimiro
    volgersi a me con amoroso giro,
    «S'apra l'altra più dura
    in cui sorte mi tiene
    lunge» dico «da voi, luci serene».


    A la signora donna Marfisa d'Este.

    Portano l'altre il velo,
    voi le chiome dorate
    forse per alterezza al sol mostrate.
    Ma s'a sdegno prendete
    ogni esempio terreno,
    con alti esempi il ciel vi mova almeno:
    col vel d'Alba vedete
    e lei che nacque in Delo,
    e l'Iri il suo colora anco nel cielo.


    Per la signora Tarquinia Molza.

    Forse è cagion l'Aurora
    di questo bel concento
    che fan le fronde e i rami e l'acque e 'l vento?
    O con sì dolce modo
    il ciel Tarquinia onora
    e per lei de la terra s'innamora?
    I' odo, o parmi, i' odo
    la voce: ella è pur dessa:
    ecco, Tarquinia viene, Amor s'appressa.


    ***

    Bella madre d'Amore,
    chi tra le selve, le campagne e i monti
    e tra i ruscelli e i fonti
    giudice fu, qual già l'Idèo pastore,
    Elena a te non chiede
    in premio del giudicio e de la fede,
    ma costei che s'appella
    col nome ch'ebbe già l'empia sorella:
    tu la concedi; e la fortuna sia
    prospera sì com'ella è casta e pia.


    1.
    O timida lepretta,
    che mentre fuggi per salvar la vita
    giungi dove la morte è più gadita:
    s'inanzi a sì begli occhi,
    là dove io prego che 'l morir mi tocchi,
    il morir ti dispiace,
    non sai come riposo apporta e pace.

    2.
    O fortunata fuga,
    o felice dimora
    ed indugio al morir, perché ben mora!
    Tu vieni ove la morte
    solo aspettando par che mi conforte;
    ove morria beato
    quale in amore ha più doglioso stato:
    e mentre la desio, mentre l'inarro,
    prendo la lepre, come vuole, in carro.

    3.
    O fuggitiva e timidetta fera,
    che sei cacciata dove in carro adorno
    Madonna fa soggiorno,
    deh!, non t'incresca, ch'in sì caro loco
    avrei la morte a gioco:
    perché dov'ella caccia, oh! pur me 'l creda,
    esser io bramo o predatore o preda.


    In lode de la Mesola

    1.
    Mesola, il Po da' lati e 'l mar a fronte
    e d'intorno le mura e dentro i boschi
    e seggi ombrosi e foschi
    fanno le tue bellezze altere e conte,
    e sono opre d'Alfonso, e più non fece
    mai la natura e l'arte e far non lece:
    ma che la valle sembri un paradiso
    la Donna il fa che n'ha sembianti e viso.

    2.
    Ha ninfe adorne e belle
    la casta Mergherita, et essa è dea,
    se virtù fa gli dèi come solea:
    però boschi, palagi e prati e valli,
    secchi et ondosi calli
    le fece il grande Alfonso e cinse intorno
    navi e d'erranti fere ampio soggiorno,
    e giunse i porti e i lustri in cui le serra
    perché sia la prigion campo di guerra
    e i diletti sian glorie
    e tutte le sue prede alte vittorie.


    ***

    O peregrina gru
    che porti guerra a' miseri pigmei,
    non mi furar costei:
    ma se pur vuole il cielo in qualche stella
    lei ch'è sempre fanciulla e sempre è bella,
    mandi un'aquila almeno che se la porti su nel bel sereno.


    Piange la morte de la Violina
    cagnolina de la serenissima signora
    Duchessa di Ferrara.

    Fior che sovente nasci
    a' bei sepolcri intorno
    in cui la morte alberga e fa soggiorno,
    oh! come tu somigli
    il desiderio mio che 'l piè trasporta
    dove la bella Violina è morta:
    dove riposa e giace
    fra dolci violette in santa pace.


    Nel medesimo argomento

    Pianto soave, pianto
    di luci più soavi e più tranquille
    di chiare stelle, vaghe e pure stille,
    quai lamenti o quai lodi
    fecer sì lieto mai l'estremo fine?
    quai lagrimette dolci e cristalline,
    o mesti e cari modi
    ond'ebbe Violina ampia mercede,
    onorata la morte e la sua fede?


    ***

    «Dove corri? a la morte?» «Anzi a la vita,
    perché dov'è beltate
    spero trovar pietate».
    «Forse non pensi esser da lei ferita?»
    «Ma non saran mortali
    le sue dolci percosse e i dolci strali».
    «Non sai com'empia l'arco e come scocchi,
    né solo co' begli occhi,
    ma con la mano ancida
    questa che voi di morte e noi già sfida?»
    «Almen corro a la gloria,
    ché fia bello il morir per sua "vittoria"».


    ***

    Che soave rapina
    fu quella del mio core
    a l'armonia divina,
    mentre sciogliea sì vaghi spirti Amore!
    Onde fra me dicea da me diviso:
    «Se questo è il paradiso,
    più dolci che ne l'acque e fra l'arene
    in ciel son le sirene!»


    ***

    Fiori, voi che de' regi
    portate impresso il nome,
    non dispiegate sì odorate chiome
    come le sparge questa
    bella, saggia ed onesta
    e nobil verginella:
    che se preme col piè l'erba novella,
    par che la terra mande
    novi gigli e viole in novi modi
    e più degne di far care ghirlande:
    pur se tra l'erbe e i fiori
    spesso legati son gli umani cori,
    né può fuggire un animo gentile
    che fra questi legami e questi nodi
    non brami esser avinto,
    e viver con Adone e con Giacinto,
    quasi converso in fiore, un lieto aprile.


    ***

    Non ha fiori il terreno
    come questo mi pare
    maraviglioso fior del vostro mare:
    a cui non fu mai pare
    in ramo o 'n prato ameno,
    o pur di conca nel purpureo seno
    tra i vaghi scogli e l'acque
    fra cui Venere bella in prima nacque.


    ***

    Questa lieve zanzara
    quanto ha sorte migliore
    de la farfalla che s'infiamma e more!
    L'una di chiaro foco,
    di gentil sangue è vaga
    l'altra che vive di sì bella piaga.
    Oh fortunato loco
    tra 'l mento e 'l casto petto!
    Altrove non fu mai maggior diletto.


    Invidia la morte di una zanzara.

    Tu moristi in quel seno,
    piccioletta zanzara,
    dov'è si gran fortuna il venir meno.
    Quando fin più beato
    o ver tomba più cara
    fu mai concessa da benigno fato?
    Felice te, felice
    più che nel rogo oriental Fenice!


    In morte de la signora Eritrea.

    Che dolente armonia
    di parole angosciose e di sospiri
    par che intorno si giri?
    E che mesto concento
    fanno le fronde e i rami e l'acque e 'l vento?
    E 'l vento e l'acque e i rami
    e tutto ciò che spira e che verdeggia
    solo per lei si discolora e piagne:
    e i boschi e le campagne,
    ogni armento, ogni greggia
    par ch'Eritrea sol brami:
    né preda ho senza lei con reti ed ami.


    ***

    Perch'io talor mirassi
    neve che senza vento
    fiocchi soavemente in un bel colle,
    o terso avorio e molle,
    o peregrini marmi o fino argento,
    o di candido augel tenere piume,
    giamai non vidi paragon sì degno
    che non l'abbiate a sdegno:
    né bianchezza terrena
    come il vostro candore, e la serena
    e vaga e chiara luce
    ch'è "bianca" più del sole e più riluce.


    ***

    Voi la bocca rosata
    e rosate le guance avete ancora
    come vermiglia Aurora
    e dorate le chiome,
    e "bianca" sete, com'è il vostro nome.
    Donque aver gloria eguale in voi dovria
    il purpureo e l'aurato
    ch'egualmente è lodato
    dove grazia e bellezza in pregio sia:
    ma pure ogni altro cede
    al candor de la fede.


[da Uroboro, 1995]

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