~ Varie di Diego Valeri

Diego Valeri

DIEGO VALERI (Piove di Sacco, 1887 - Roma, 1976)
PROFILO BIOGRAFICO


Diego Valeri nasce a Piove di Sacco (Padova) il 25 gennaio 1887. E’ il minore di tre fratelli, più grandi di lui, uno di quattordici, l’altro di sedici anni. Il piccolo Diego è molto timido e schivo, legato alla figura della madre con cui instaura un ottimo rapporto, mentre col padre, uomo di indole iraconda, ha difficoltà a relazionarsi. Ha solo pochi mesi quando la sua famiglia si trasferisce a Padova perché, a quanto pare, il padre, Abbondio, e la madre, Giovanna Fontana, non vanno d’accordo. Infatti, malgrado le agiate condizioni del padre, la madre e i figli preferiscono vivere a Padova in notevoli ristrettezze.

Conseguita la maturità classica presso il liceo “Tito Livio” di Padova, Valeri si iscrive all’università patavina dove si laurea in lettere a ventun anni. Negli anni universitari conosce Maria Minozzi, che diventerà sua moglie.

Nel 1911 è intimamente provato da un doloroso lutto: il fratello maggiore, Ugo, muore suicida. Ugo, pittore incompreso dallo spirito tormentato, trasmette al fratello Diego l’amore per l’arte pittorica, per la bellezza dei paesaggi naturali e gli permette di fare la conoscenza di altri pittori padovani. Alla richiesta del critico d’arte e direttore del Museo d’arte moderna e contemporanea di Ca’ Pesaro Guido Perocco di testimoniare un ricordo del fratello, Valeri scrive: “La tragica morte di mio fratello Ugo fu talmente dolorosa per me, che poi, per oltre cinquant’anni, non ho avuto l’animo di scrivere su di lui e sulla sua arte neppure una pagina. Mio fratello, aveva quattordici anni più di me, ma fu a me vicinissimo e apertissimo sempre, anche quando eravamo fisicamente lontani, non somigliò mai a quel bohèmien scapigliato e burlone che qualche giornalista grosso inventò [...] ad uso e sollazzo del pubblico grosso. Egli fu, al contrario, uno spirito tormentato e un cuore sensibile, diciamo pure sentimentale, che, trovandosi a dover lottare senza quartiere per la sua arte contro la generale incomprensione del pubblico e della critica, sofferse moltissimo di non essere creduto” .

Nel 1912 Diego Valeri vince il concorso per la cattedra di italiano e latino nei licei e una borsa di studio per un corso di perfezionamento alla Sorbona e all’École pratique des Hautes Études di Parigi .

Dal 1914 al 1926 gira, per i licei d’Italia, ad insegnare italiano e latino. Monza, Pinerolo, Ravenna, Voghera, Rovigo, Cremona, Vicenza e Venezia sono le tappe che affronta nella sua carriera di insegnante.

Valeri è un socialista convinto che, negli anni del trionfo del fascismo, mantiene una ferma opposizione al regime. Più tardi il fascismo gli rende difficile l’insegnamento universitario: consegue la Libera Docenza per la Letteratura francese nel 1924, ma successivamente viene escluso da un concorso per non essere iscritto al Partito Fascista ed è costretto, quindi, a rimanere professore incaricato. In seguito, Valeri viene allontanato anche dall’insegnamento secondario e costretto a lavorare alla Sovrintendenza alle Belle Arti di Venezia. Qui ricopre un ruolo di primo piano negli ambienti antifascisti. Quando il 25 luglio 1943 Mussolini viene arrestato e Badoglio diviene capo del governo, Valeri viene chiamato alla direzione del quotidiano di Venezia, “Il Gazzettino”, che, per quarantacinque giorni, con i suoi collaboratori, trasforma in un giornale libero, indipendente, antifascista. Alla direzione de “Il Gazzettino” serve una persona di sicuri sensi liberali e democratici, ma equilibrata e saggia, che avvii un’opera di informazione corretta, ma anche di educazione e rieducazione di una opinione pubblica esasperata, viziata e diffidente dopo vent’anni di serrata propaganda. Il momento è delicato, nessuno si illude che i precari equilibri rappresentati dalla dichiarazione di Badoglio “la guerra continua a fianco dell’alleata Germania” si sarebbero mantenuti. Valeri accetta l’incarico, una gravosa responsabilità. Il suo primo articolo sul quotidiano del 13 agosto 1943 nell’assumere la direzione, inizia con le parole Fiducia nei giovani, un riferimento a quei giovani che a partire dal mese seguente avrebbero combattuto l’invasore per rendere l’Italia una nazione libera e democratica. Valeri scrive:

Tutti abbiamo in cuore almeno un viso di giovane caduto per il nostro paese, combattendo uno contro dieci, ad armi impari, senza illusioni e, spesso, senza speranze. Tutti sappiamo di altri giovani che han sofferto e soffrono tuttavia (ma perché?) il carcere dei delinquenti comuni per aver servito un’idea politica non conforme all’idea tipo. Ebbene: quei morti garantiscono per i vivi questi reclusi testimoniano per la libertà. Gli uni e gli altri ci assicurano che una gioventù italiana degna di questo nome, esiste pur sempre; ci annunciano che un nuovo fiore sta per aprirsi al sole nuovo di queste tempestose giornate. E vero frutto verrà dopo il fiore.

Costretto all’esilio dopo l’8 settembre 1943, si rifugia in Svizzera, destinato dalle autorità elvetiche al campo di Mürren, nello Jungfrau, a duemilacinquecento metri d’altezza. Con lui sono esuli Amintore Fanfani, Dino e Nelo Risi, Giorgio Strehler. Insieme ad altri professori esuli, Valeri organizza, a Mürren, un’università popolare .

Nel periodo dell’esilio, il nostro intrattiene una fitta corrispondenza con la famiglia, che è sempre al primo posto nei suoi pensieri. Sua principale preoccupazione nel periodo di “permanenza forzata” in Svizzera (periodo che si protrarrà fino al termine della guerra), è quella di mandare degli aiuti alle sue donne che lo aspettano.

Quegli interminabili mesi di sofferenza sono raccontati nelle pagine di Taccuino svizzero e in Campo d’esilio, una poesia struggente ed estremamente significativa di questa sua esperienza:

Campo di esilio
Percossi sradicati alberi siamo,
ritti ma spenti, e questa avara terra
che ci porta non è la nostra terra.
Intorno a noi la roccia soffia vènti
nemici, fuma opache ombre di nubi,
aspri soli lampeggia da orizzonti
di verdi ghiacci. Le nostre segrete
radici, al caldo al gelo, nude tremano.
E intanto il tempo volge per il cielo
i mattini le sere: alte deserte
stagioni; e i lumi del ricordo, e i fuochi
della speranza, e i pazzi arcobaleni.
Come morti aspettiamo che la morte
passi; e l’un l’altro ci guardiamo, strani,
con occhi d’avvizzite foglie. E un tratto
trasaliamo stupiti, se alla cima
di un secco ramo un germoglio si schiuda,
e la corteccia senta urgere al labbro
delle vecchie ferite un sangue vivo;
tra le nubi scorrendo un dolce vento
di primavere nostre.


Diego Valeri rimane sempre coerente con le proprie idee e con i propri principi. Egli si affaccia all’impegno politico in un momento storico difficile; è capolista di “Unità Popolare”, raggruppamento che riunisce esperienze diverse, ma fondamentalmente simili, quali “Giustizia e Libertà” o il “Partito d’Azione” che, di lì a poco sarebbe confluito nel Partito Socialista Italiano. Valeri viene eletto consigliere comunale con Agostino Zanon Dal Bo e con Giuseppe Samonà.

Non è facile ricostruire gli eventi e le circostanze precise di cui si compone la vita di Valeri, principalmente perché il suo modo di fare è caratterizzato sempre da una forte riservatezza, egli stesso è solito affermare: “Non è nelle mie abitudini, parlare tanto di me”.

Dopo la guerra ottiene la revisione di uno dei concorsi universitari da cui era rimasto escluso per non essere iscritto al Partito Fascista. Si classifica al primo posto ed è subito chiamato dalla Facoltà di Lettere dell’Università di Padova come Professore Ordinario di Letteratura francese e Incaricato di Storia della Letteratura italiana moderna e contemporanea. Nel 1957 esce di ruolo per raggiunti limiti di età e ottiene la qualifica di Professore Emerito. Nello stesso anno diventa Socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei e Socio nazionale dal 1962. Per qualche anno, dopo il periodo padovano, Valeri insegna anche nella nuova Università di Lecce.

Nutre un grandissimo affetto per le due figlie Giovanna e Marina (chiamate da lui amorevolmente Nini e Momi). In una lettera dell’1 febbraio 1948 loro indirizzata, Diego Valeri scrive :

Io sono sempre dell’opinione che espressi una volta [...]: che se avessi potuto scegliere prima le mie figliole, avrei scelto proprio voi [...] E’ la pura verità: vi avrei fatto così come siete, se avessi potuto farvi con intenzione...

Gli anni sessanta costituiscono la stagione più matura della sua vita. È ormai un poeta apprezzato, le sue raccolte di versi sono tradotte all’estero, riceve numerosi premi e riconoscimenti: gli viene concessa la Legion d’Onore dal governo francese e il 6 aprile 1965 riceve la laurea in lettere honoris causa dall’università di Ginevra. Nel 1967 vince il Premio Viareggio con la raccolta Poesie.

A oltre ottant’anni comincia ad accusare problemi cardiaci e Venezia, la sua città per antonomasia, con i suoi numerosi ponti, diventa per lui ormai faticosa da vivere.
Nel marzo del 1976, Valeri è costretto ad abbandonare, a malincuore, la sua “città di pietra e di luce” per trasferirsi dalla figlia a Roma, dove si spegnerà qualche mese più tardi, il 27 novembre, nella clinica Villa Claudia.

Sulla sua casa a Venezia, in Calle Cereri, n. 2448 B, vicino ai Carmini, è stata affissa una targa in sua memoria, su cui si legge la prima lirica della raccolta Calle del vento:


DIEGO VALERI POETA, 1887 - 1976

QUI C’È SEMPRE UN POCO DI VENTO
A TUTTE LE ORE, DI OGNI STAGIONE:
UN SOFFIO ALMENO, UN RESPIRO.
QUI DA TRENT’ANNI STO IO, CI VIVO.
E GIORNO DOPO GIORNO SCRIVO



size="1.5">[tratto da Chiara Manfrin,
La poesia di Diego Valeri: commento a “Calle del vento”
- Tesi di Laurea di Chiara Manfrin, A.A. 2002-2003;
depositata presso la Biblioteca di Piove di Sacco]






FIORE DEL NULLA

Quando ti schiudi, fiore
divino, assorto è il tempo
fuor di notte e di giorno,
l'aria non ha colore,
tutto è perduto intorno.
Tu solo sei, divino
fiore del nulla, amore.


IL FIUME

Il fiume che si svena alla sua foce,
la sera che s'incenera e si sfa
nella tenebra morta, il fil di voce
del vento tra la viscida erba... Cuore,
quello ch'è stato d'amore e dolore
più non sarà.


L'ASSENZA

C'è, scavata nell'aria, la tua dolce
forma di donna; un vuoto
che palpita di te, come l'immoto
silenzio dopo una perduta voce.


ALBERO

Tutto il cielo cammina come un fiume,
grandi blocchi traendo di fiamma e d'ombra.
Tutto il mare rompe, onda dietro onda,
splendido, alle sfuggenti dune.

L'albero, chiuso nel puro contorno,
oscuro come uno che sta su la soglia,
muto guarda, senza battere foglia,
gli spazi agitati dal trapasso del giorno.


DESTARMI ACCANTO A TE

Destarmi accanto a te, nella prima
luce, e vederti dormire,
così bianca, così fragile e fina
da sentirmi volontà di morire.

Baciare le tue palpebre molli,
bianche farfalle che volano via,
scoprendo due fiori divini
di nerazzurra malinconia.

Baciare il tuo viso mattutino
ancora bagnato di sonno,
il tuo viso esiguo di bambino,
tutto bianco e tenero e biondo.

Baciare su le tue labbra il profumo
della tua profonda primavera,
e tutta respirarti, con l’oscuro
mio cuore, bianca anima leggera.


MA IL DOLCE VISO...

Ma il dolce viso che s’inombra, gli occhi
sbiancati, la parola che vacilla
e sprofonda nel cuore, e quel fuggire
lungo, sparso, di tutto il sangue; il punto
in cui non c’è che una vita, la vita
col suo morire e ricrearsi eterno:
quello è pur nostro bene, palpitante
amicizia dei sensi, fuggitiva
luce di gioia, nostra disperata-
mente breve ora d’immortalità.


MAGNOLIA

(…)
Tu, corpo senza peso, paurosa dolcezza
di braccia come ali, di mani come fiori,
tremar di palpebre basse, tenere labbra incolori,
capelli come un’erba bionda di sole e d’altezza.

Tu da così lontana lontananza venuta,
coi tuoi piccoli passi di smarrita fanciulla,
dentro la notte immensa e chiusa come il nulla,
a posar sul mio petto quest’angoscia tua muta.

Poi lenta levi il capo, e mi fissi negli occhi
gli occhi tuoi nudi, fondi, innamorati dentro,
e allora mi travolge la rapina d’un vento,
di luce, e mi consuma come nuvola a fiocchi.


SEQUENZA PER UN’OMBRA

(…)
Dove vai? Dove sei? Già ti allontani
da memorie e speranze, dai segreti
nostri pensieri, dal dolce dolore,
che fu nostro, di vivere. Ti perdi
nell’ombra dei tuoi occhi: sconfinata
ombra sul mondo. Sei già d’altri, o solo
tua. Non ti vedo più. Sento, non vedo,
il sole di settembre sul mio volto.

Allora tutte le cose furono quell’unica morte,
e il cielo una bocca d’abisso che fiata la morte.
In vetta alle alte case toccate d’ultimo sole
splendevano morti i ricordi della perduta vita:
lembi di un oro nero di sogni, parole
di sangue sospese nell’aria come fiamme morte.
Vivi eran solo i tuoi occhi, versando calmi
una luce estrema d’amore sul mondo morto.

Tutto perduto. Il mondo
era il nostro segreto...


SE IL TUO CORPO ABBANDONI

Se il tuo corpo abbandoni e chiudi gli occhi,
il buon fratello della morte viene,
che scioglie i nodi, i muri apre, e conduce
per l’infinita notte
la tua anima sola.

Quella piccola luce
dell’anima tua sola
ora è laggiù che vaga nella notte.

Forse è ancora la vita; ma confusa
con la morte: coi morti a lungo amati,
amati sempre e nell’ombra perduti.
Intorno ondeggia, con molli risacche
di velluto, l’oceano dell’oblìo.


PICCOLA ANTOLOGIA PALATINA

***

Primaluce; e tu posi quieta
sotto le palpebre, sotto i seni.
Nell’incerto albore ti scopri e ti celi
come la rosa, nuda e segreta.

***

Il paesaggio del tuo piccolo corpo
ha un respiro di luci e di ombre,
di terre e di acque,
di fronde verdi, di dolci colline
sotto un sole di aurora.
Se poso la guancia sul tuo petto
odo gemere ancora gli usignuoli notturni.



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